DI FULVIO SCAGLIONE

FULVIO SCAGLIONE

Fidel Alejandro Castro Ruz è morto a 90 anni dopo aver governato Cuba, ininterrottamente e fuori da qualunque forma di concorrenza democratica per il potere, dal 1959 al 2008. Primo ministro, presidente del Consiglio di Stato, presidente del Consiglio dei ministri, primo segretario del Partito comunista. Sempre lui. Poi suo fratello Raoul. Viene dunque da chiedersi se in questi ultimi anni, quelli del declino politico e umano, si sia reso conto di aver lasciato Cuba in condizioni molto simili a quelle in cui l’isola si trovava quando strappò il potere a Fulgencio Batista, l’ex sergente che, tra golpe ed esilii, aveva dominato la scena tra il 1933 e il 1959. Un paradosso? Molto meno di quanto sembri, se solo si guarda alla sostanza. Batista era andato al potere con un colpo di Stato militare, anzi due: uno nel 1933, l’altro nel 1952. Castro con una rivoluzione, che però non sarebbe riuscita se l’esercito non avesse abbandonato il precedente dittatore. Batista introdusse il partito unico, Castro anche. E il “suo” Partito comunista ha tenuto un congresso dopo 13 anni di nulla. La Cuba di Batista e quella di Castro, inoltre, si somigliano anche nelle contraddizioni. La prima dal punto di vista economico non era il disastro che poi è stato descritto: 5° posto nell’emisfero per reddito pro capite (il che voleva dire pari all’Italia e superiore al Giappone), 2° per possessori di automobili e telefoni, 3° per aspettativa di vita, 1° per possessori di televisori. Il tasso di alfabetismo era al 76%, che la metteva al 4° posto nell’America del Sud. Il disastro era sociale: a causa della corruzione e del razzismo. Godevano del benessere i soli bianchi della borghesia urbana, i “signori della canna” che ungevano le ruote del regime, mentre i contadini pativano la povertà più profonda. Quanto al razzismo… basterà ricordare che lo stesso Batista, l’unico Presidente non bianco nella storia dell’isola, ebbe negata l’iscrizione a molti dei country club dell’Havana. Castro ha fatto tutto uguale ma al contrario. Non è la corruzione ma il partito a decidere dove e come possono investire i pochi autorizzati a farlo, quale debba esser la dinamica dei prezzi, chi possa dar vita a un’attività privata, che resta un’eccezione: ancora oggi, più del 70% della forza lavoro è alle dipendenze dello Stato (e all’inizio degli anni Novanta la percentuale superava il 90%). L’economia è quindi cronicamente depressa (Cuba oggi è al 79° posto per Prodotto interno lordo pro capite nella graduatoria mondiale, dopo Portorico e prima della Tunisia) ma la qualità della vita è relativamente alta: 67° posto, dopo la Serbia e prima del Libano. Ad accomunare Batista e Castro, però, è il fatto sostanziale che Cuba, allora come oggi, dipende dagli altri e non da se stessa. Con Batista l’economia cubana era legata all’esportazione dello zucchero e agli investimenti degli americani. Castro, appena arrivato al potere, promise che “non il comunismo né il marxismo saranno la nostra idea. La nostra filosofia politica è quella della democrazia rappresentativa, della giustizia sociale e di una ben pianificata economia”. Ma quando cominciò con le nazionalizzazioni e con l’avvicinamento a Mosca, e l’America di J.F. Kennedy decretò l’embargo, tutte le promesse andarono in fumo. Così come, nei pochi anni tra il 1990 e il 1993, l’economia cubana crollò del 35% a causa di due soli fattori: la fine dell’Urss e, quindi, delle sovvenzioni sovietiche, e il crollo del prezzo dello zucchero sui mercati internazionali. Ancora oggi Cuba riceve 100 mila barili di petrolio al giorno dal Venezuela e li paga in gran parte con il lavoro di circa 30 mila tra medici e infermieri dislocati appunto in quel Paese. E se guardiamo al futuro, che la morte di Fidel Castro inaugura in modo non solo simbolico, risulta difficile scorgere qualcosa di diverso. La distensione firmata da Barack Obama e Raoul Castro ha portato all’isola aperture innegabili (viaggi e collegamenti) e qualche vantaggio economico (piccoli investimenti, apertura di canali bancari), ma il punto vero è la fine dell’embargo economico, a cui i Repubblicani, che ora dominano il Congresso, si sono sempre opposti e a cui nemmeno il presidente Donald Trump è favorevole. Embargo che finirà solo il giorno in cui anche l’ultimo Castro uscirà di scena e l’isola accetterà quella “esportazione della democrazia” che sta al centro della politica estera americana. Affluiranno capitali e investitori. L’Avana diventerà una piccola Las Vegas (ai tempi di Batista era la vera Las Vegas), i turisti accorreranno con le navi da crociera, sulle spiagge sorgeranno nuovi alberghi e ristoranti. E il passato e il presente di Cuba si riuniranno. Definitivamente.