DI LUCA SOLDI

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La ministra ed il suo re volevano anticipare i tempi, volevano “riordinare” la pubblica amministrazione a loro piacimento, ma hanno decisamente sbagliato i tempi, perché la loro riforma è andata avanti senza tenere di conto che esiste la necessità di agire con «l’intesa» delle Regioni.
Un errore doppio che manifesta una incapacità di porre mano alle riforme senza tenere presente che la macchina dello Stato non può essere manovrata a proprio piacimento e che il confronto con le parti non è un optional, ma il fondamento con cui serve interagire.
Vano il tentativo, adesso, da parte del premier, di scaricare le colpe sui soliti frenatori del progresso, sulla casta dei burocrati. Controproducente per davvero sostenere che così prevalgono chi protegge i “furbetti del cartellino”. Puerile il messaggio che ha cercato di trasformare la sconfitta in una nuova occasione per rilanciare i messaggi del prossimo referendum.
Quella ch’è avvenuta è una solenne bocciatura del “sistema” tanto caro a Renzi di andare avanti di testa propria.
Di come, quando ci si addentra nei temi della vita democratica che pure saranno lunghi, noiosi, faticosi e poco appariscenti occorre una valutazione complessiva e ben meditata di quello che di tocca.
Bocciando quattro articoli della legge che riordina la pubblica amministrazione, su ricorso della Regione Veneto, la Consulta ha rimesso in discussione almeno 3 decreti attuativi, approvati solo giovedì a Palazzo Chigi.
Mettendo il luce l’approssimazione del lavoro svolto.
Tre decreti che potrebbero portare al loro seguito, come naturale conseguenza, un mare di ricorsi.
Ha fatto bene ad arrabbiarsi Renzi, ma prima di tutto avrebbe dovuto farlo con la sua ministra e con se stesso: «La decisione della Consulta dimostra che l’Italia è un Paese in cui siamo bloccati», sbotta il premier Matteo Renzi. E ancora: «Poi mi dicono che non devono cambiare le regole del Titolo V: siamo circondati da una burocrazia opprimente».
La riforma voluta dal governo era già stata criticata dal Consiglio di Stato, che in particolare sui dirigenti pubblici e il Veneto contestava proprio la loro nomina dallo Stato su una rosa di nomi proposti della Regione. «Una sentenza storica – festeggia il governatore veneto Luca Zaia – . Siamo stati l’unica Regione d’Italia a portare avanti le nostre convinzioni. Il centralismo sanitario governativo ha ricevuto un duro colpo».
Durissimo anche il M5S: «Il governo non sa scrivere le leggi e vuole cambiare la Costituzione». Guai accentuati dal fatto che in settimana, la ministra Madia, aveva improvvidamente convocato i sindacati per il rinnovo del contratto del pubblico impiego mentre mercoledì scorso: Cida, Confedir, Confsal e Cosmed, alla conferenza stampa organizzata unitariamente al Cnel, avevano criticato la riforma, sostenendo che «al di là delle enunciazioni di principio, crea forme di precarizzazione allarmanti per i dirigenti di carriera e favorisce il rapporto collusivo fra politica e amministrazione».