DI FABRIZIO NOLI
fabrizio-noli
Anche papa Francesco ha espresso ieri il suo dolore per la morte di Fidel Castro, con un apposito telegramma di cordoglio. Certo, il rapporto tra il Comandante cubano, ex allievo dei gesuiti e la chiesa cattolica è stato a dir poco altalenante, nell’arco di più di sessant’anni di regime castrista, ma lo stesso Comandante si autodefiniva, fino all’ultimo dei suoi giorni, “ateo, ma non antireligioso, piuttosto, inclusivo”.
Il Castro non ancora comunista, rifugiatosi in Messico tra il 1956 e il 1958, in effetti non ancora marxista, e non possiamo definirlo anticattolico. Bene o male, risentiva degli studi compiuti in gioventù, come del background culturale della sua famiglia, agiata, permeata dal cattolicesimo. E’ evidente però che la chiesa cattolica sia stata perseguitata duramente a Cuba, specie tra il 1965 e la fine degli anni 80, gli anni della svolta marxista del regime e del suo allineamento con gli stati del blocco sovietico.
Il filo del dialogo però non si è mai del tutto spezzato da ambo le parti, finendo per riannodarsi dopo la fine della guerra fredda, quando Fidel Castro cercava nuove sponde, e il Vaticano operava una revisione critica degli eccessi del liberismo, come ci ha spiegato Massimo De Giuseppe, docente di Storia Contemporanea allo Iulm di Milano, esperto di America Latina: “Specie dopo il 1992, alle prese con una crisi ideologica, ma soprattutto economica drammatica, conseguente alla fine dell’Unione Sovietica e delle logiche della guerra fredda, Castro decise di abbracciare il filone terzomondista post-bipolare, se così si può definire, e in quel nuovo contesto la Chiesa Cattolica finiva per diventare un interlocutore fondamentale”, complice anche la revisione, in senso critico, da parte di Giovanni Paolo II, degli eccessi del liberismo capitalista.
Un disgelo favorito, in particolare, dall’instancabile lavoro di tessitura del cardinale Ortega Y Alamino, arcivescovo dell’Avana dal 1981 all’aprile di quest’anno. Un lavoro che porterà i primi, concreti frutti, con la storica visita del gennaio 1998 proprio di Giovanni Paolo II. Un papa fieramente anticomunista, ma, nel nuovo contesto post guerra fredda, accolto a Cuba con tutti gli onori, con Fidel Castro che, per l’occasione, rinunciò alla tradizionale divisa militare per far sfoggio di un elegante vestito, con tanto di cravatta. Certo, il paese che accolse con grande calore il papa, era comunque stato fortemente segnato dal materialismo storico marxista: secondo una ricerca di Newsweek, alla fine del 1997, su 11 milioni di cubani, appena 150.000 frequentavano regolarmente le funzioni domenicali.
Di Wojtila resta celebre la frase, appena sbarcato all’Avana, “possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba”. Il papa polacco, chiese, in particolare, per la Chiesa di poter svolgere la sua missione e la libertà di educazione, ma anche la fine dell’embargo statunitense. Fatto sta che fu la prima volta di un papa sull’isola caraibica, e resta indimenticabile anche perchè, di fatto, ha avviato una fase di normalizzazione nei rapporti stato-chiesa, anzitutto con il ripristino del Natale come festa civile. Poi, con Benedetto XVI, altro viaggio, nel 2012, Fidel si era ritirato ormai da sei anni, ma questo processo è andato avanti, con il ripristino del venerdi santo, sempre come festa civile. Infine, siamo ai nostri giorni, con i due viaggi di Francesco, nel settembre 2015 e nel febbraio di quest’anno, per incontrare il patriarca russo Kirill. .Con il primo papa latinoamericano i rapporti si intensificano, il papa argentino infatti ha i poveri al centro della sua predicazione e prosegue sulla linea dell’approccio multiculturale ai problemi del mondo. Sono entrambe visite storiche: la prima perchè Bergoglio ha voluto entrare negli Usa attraverso Cuba, la seconda per l’enorme significato storico di un faccia a faccia da troppo tempo atteso, se non dal 1054, poco ci manca. Importante anche rilevare il clima di familiarità che ha segnato l’incotro tra Francesco e Fidel, nella sua abitazione, insieme ai familiari, e i relativi doni. Il papa infatti, si ricordava come, nel 2012, Castro avesse chiesto al pontefice intellettuale per eccellenza, Joseph Ratzinger, alcuni consigli su libri da leggere. Per l’occasione aveva portato con sè due libri di Alessandro Pronzato, prete esperto di catechesi, “La nostra bocca si aprì al sorriso” e “Umorismo e fede”, sul tema del buon umore e dell’allegria come componenti importanti della vita spirituale, un libro e due cd con le omelie di padre Armando Llorente, gesuita morto in esilio a Miami, che Fidel aveva avuto come insegnante, nel collegio di Belén, nonchè i testi dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium e dell’encicilica Laudato sì. A sua volta, Castro aveva regalato al pontefice il libro “Fidel y la Religion”. Certo, neanche Francesco aveva potuto incontrare i dissidenti cubani, come i suoi predecessori, ma non c’è dubbio che Cuba, anche alla luce dell’incontro con Kirill, sia diventata una meta e un oggetto nel contempo privilegiato della diplomazia vaticana, basti pensare alla mediazione della Santa Sede per il disgelo con gli Stati Uniti. Sempre il professor De Giuseppe, sintetizza così, la nuova geopolitica vaticana nei confronti dell’isola, che ovviamente risente della particolare sensibilità di Francesco, latinoamericana: “E’ il papa che conosce meglio la realtà dell’isola e cosa abbia rappresentato nella storia dell’America Latina. Ed è stato molto chiaro quando ha affermato che Cuba poteva diventare un elemento di passaggio e dialogo nel nuovo progetto della politica latinoamericana del Vaticano”.