DI LUCIANO ASSIN

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Ancora una volta Israele si trova sotto attacco a fronteggiare un nuovo fronte, una nuova guerra. Il conflitto odierno è molto più subdolo e per molti versi inspiegabile e incomprensibile. In Israele la chiamiamo Eshtifada, l’Intifada del fuoco. E’ da oltre una settimana che il paese si trova letteralmente sotto fuoco. Di oltre un centinaio di focolai almeno la metà sono di carattere doloso, nella sola città di Haifa, la terza del paese con oltre trecentomila abitanti, sono stati evacuati oltre 60mila persone. Questa nuova forma di terrore è ancora più inspiegabile quando pensiamo che Haifa è una città mista abitata sia da ebrei che da arabi. E’ anche più incomprensibile se teniamo conto delle centinaia di ettari di verde andate distrutte, un bene comune di tutti, un disastro ecologico cui serviranno decine di anni per far tornare le zone colpite al loro aspetto originario. Incendi dolosi di carattere nazionalistico in Israele ci sono sempre stati, ma mai di questa portata. L’estrema portata di questi ultimi avvenimenti è da collegare alle condizioni meteorologiche particolarmente estreme. E’ normale che in Israele non piova in primavera ed in estate ma quest’anno anche l’autunno si sta rivelando una stagione secca e asciutta, cosa che ha trasformato la vegetazione e la macchia mediterranea in un enorme catasta di legna da ardere. Ma ciò che sta trasformando questa ondata di incendi in qualcosa di completamente differente da tutto quello che Israele ha conosciuto nel campo incendiario sono i venti che da più di una settimana soffiano violentemente, alimentando a ritmo continuo la forza distruttiva delle fiamme. I danni sono impressionanti e non ancora definitivi, sino ad ora si parla di centinaia di appartamenti bruciati o seriamente danneggiati. Durante una diretta televisiva il giornalista di turno ha chiesto a uno degli abitanti evacuati cosa si stesse portando via con la macchina dalla sua abitazione. La sua risposta non mi ha per niente meravigliato perchè si stava portando appresso le stesse cose che mi sarei preso io in un’evenienza del genere: fotografie e il computer. In poche parole i tuoi ricordi. Se cerchiamo di analizzare i comportamenti politici e umani di molte delle forze in campo possiamo trarre alcune conclusioni interessanti, meritevoli se non altro di essere ricordati. Ai paesi che dimostrano sempre solidali in casi del genere, Italia compresa, saltano agli occhi alcune eccezioni positive. L’ANP ha inviato due autopompe in aiuto, una cosa minima dal punto di vista logistico, ma importante sia per il segnale lanciato da Abu Mazen sia dal benestare di Nethanyau ad accettare un supporto del genere. Anche i Turchi hanno inviato degli aerei antincendio, e anche qui visto i rapporti tesi esistenti dai tempi della Mavi Marmara e dellaAiuti internazionali. Oltre ai paesi occidentali classici che si d Gaza Freedom Flotilla. Arabi israeliani. Su questo campo la situazione si sta rilevando più fluida e molto meno monolitica dei casi precedenti. Non sono mancati come sempre manifestazioni di gioia per l’accaduto ed istigazioni alla violenza ed a ulteriori incendi, soprattutto sui network dei paesi arabi ed in misura minore in quelli arabi israeliani. La differenza fondamentale consiste che forse per la prima in maniera ufficiale, sia la lista unica araba, sia il movimento islamico non solo hanno condannato gli incendi dolosi, ma hanno organizzato decine di famiglie pronte ad ospitare le famiglie evacuate dalle loro case. Un segnale molto forte la cui importanza assumerà un significato ancora più profondo soltanto dopo che questa immane tragedia sarà passata. Anche Aiman Uda, il leader della lista araba,
lista araba, ha preso una posizione univoca contro azioni di questo genere. Al di là di queste posizioni politiche e di queste iniziative che scaldano il cuore la situazione rimane molto critica e il divario che da sempre ha accompagnato i rapporti fra ebrei ed arabi israeliani non fa che allargarsi. I boschi e la natura israeliani sono dei tesori che sono cresciuti giorno dopo giorno e sono opera di un duro lavoro. Agli israeliani piace molto vivere a stretto contatto con la natura e durante i grandi periodi festivi mezzo paese non fa che intasare i parchi e le riserve naturali. E’ logico quindi che azioni del genere siano viste come un vero e proprio attentato non solo personale, ma intimamente legato alla propria cultura e alla propria identità nazionale. E quando dico israeliani mi riferisco proprio a tutti, nessuno escluso. Ognuno nella sua maniera, ma tutti intimamente legati a questi panorami che contribuiscono a creare una nostra particolare israelitudine. E’ un brutto momento questo, c’è tanta angoscia e tanto dolore, ma soprattutto c’è tanta tristezza. Nonostante tutta la mia buona volontà non riesco proprio a concepire un tale autolesionismo. I danni materiali sono ingenti e fortunatamente non ci sono state ancora vittime. Ma se per ricostruire le case ci vorranno pochi anni, per ricostruire l’immenso patrimonio naturale andato perduto ci vorranno generazioni, una perdita inestimabile, anche per i futuri figli di questi fantomatici “combattenti” del popolo palestinese.