DI JACOPO MELIO

JACOPO MELIO

Alassane ha 19 anni e un passato difficile. A 14 anni, dalla Guinea, è scappato in Africa per sfuggire da quel padre padrone che era rimasto l’unico punto di riferimento a seguito della morte della nonna. Un bimbo grande quasi quanto mia sorella costretto a lavorare nei campi tra il Burkina, il Mali e il Niger, dove spesso è stato rapinato dei suoi unici risparmi. Ma la fortuna ha bussato anche alla sua porta e, stavolta, la storia ha un lieto fine. Gianfranco e Liliam hanno quarant’anni easpettano un bambino. Ma come se non bastasse, hanno accolto Alassane grazie a“Il rifugio diffuso in #famiglia, progetto Sprar a cura della Pastorale Migranti diocesana di Torino, al quale hanno aderito ben 28 famiglie questo anno. Lo scopo appunto è quello di adottare un#rifugiato. La famiglia racconta di aver ricevuto la proposta del ragazzo dopo dieci mesi dal suo ingresso in un progetto per minori, proprio appena hanno scoperto di aspettare un #figlio: due gioie in un colpo solo! Il ragazzo ha dimostrato fin dall’inizio un grande impegno, mettendosi subito a studiare la lingua italiana ma anche meccanica e cucina, tanto che ad oggi lavora in un ristorante e sta cercando casa. Tra i prossimi obiettivi anche quello di ottenere la patente di guida! Insomma, un recupero di quella spensieratezza (con tanto di prima vacanza della vita!) che il destino gli ha strappato in modo atroce, sottoponendolo a disavventure indescrivibili. D’altra parte, come sostiene Marcella Rodino della Pastorale Migranti: “L’affetto e la partecipazione alla formazione della persona, proprio come se fosse un proprio figlio da allevare e accudire, sono i sentimenti più diffusi in chi sceglie di accogliere questi piccoli rifugiati. Una delle cose più belle è vedere che i soldi che ricevono come contributo di vitto e alloggio, ovvero 413 euro, li conservano per quando i giovani saranno indipendenti.” Questa storia non è, fortunatamente, un’eccezione. Anche Sabrina, nonostante i già tre figli biologici, ha scelto di diventare madre affidataria col Progetto Neonati di Torino: ed ecco arrivar il ventenne Byagui, dal Mali. Dopo lo scoppio della guerra in Libia, dove il ragazzo si trovava per motivi di studio da amici di famiglia, non è riuscito a tornare a casa dai propri genitori e così si è ritrovato per errore (o forse no) sbarcato a Lampedusa anziché in Costa D’Avorio, la sua “casa”. E così a Pessione, dove vive Sabrina, Byagui ha trovato nuovi amici, compreso i suoi nuovi fratelli, e ha iniziato una nuova vita tanto che, probabilmente, verrà addirittura assunto in un’officina. Nel frattempo ricompensa chi gli ha dato amore prendendosi cura della casa e del giardino, e rifiutando ogni forma di paga: il primo stipendio di 120 euro lo ha addirittura restituito alla famiglia, per sdebitarsi di ciò che gli è stato regalato: la speranza. Il suo prossimo obiettivo è quello di andare a vivere da solo, restando però a Pessione dove ha chi non lo tradirà mai.

http://it.blastingnews.com/torino/2016/11/mio-figlio-e-un-rifugiato-la-storia-di-alassane-e-byagui-001282263.html