DI PIERLUIGI PENNATI
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Se non siete mai stati a Cuba è più difficile capire, ma anche dopo essere stato a Cuba molto sfugge ancora alla mia comprensione.
Quando ho visitato l’isola, circa venticinque anni fa, Fidel era ancora al potere e quello che ho visto era devastante, una società in contraddizione con se stessa dove orgoglio, apprezzamento rivoluzionario, voglia di evasione e rassegnazione convivevano conflittualmente tra loro e l’aria che si respirava era libera e pesante al tempo stesso.
Turista ignaro, ma curioso, come sono sempre stato, finivo in un villaggio turistico italo-cubano, dove Cuba (Fidel, dicevano tutti) aveva il 51%. A Cuba non era possibile avere qualcosa per più del 49% e Fidel era Cuba stessa, tanto che tutto veniva considerato suo, a partire dal rum invecchiato 15 anni che veniva detto “riserva di Fidel”. Solo lui poteva permetterselo, il solo cubano a possedere tutto, spirito ed anima dell’isola, nazione vivente.
Nel villaggio tutti erano laureati, o quasi, dal personale delle pulizie ai cuochi, tutti giovani, belli ed apparentemente spensierati. Il ragazzo che tagliava la poca frutta disponibile per gli ospiti era un geologo, la splendida ragazza dell’animazione che stava con il cuoco italiano, sposato ma con la famiglia lontana, ingegnere, e così via, fino agli inservienti che avevano frequentato “solo” le scuole superiori. Tutti a pieni voti.
Il perché mi veniva spiegato successivamente, a Cuba vi erano solo due modi vi vivere, rendersi utili o sopravvivere con le razioni statali.
Le razioni statali comprendevano riso, latte e generi alimentari differenziati a seconda dell’età e sempre insufficienti, tanto che la popolazione delle periferie tentava di coltivare qualcosa in segreto, dato che la terra era dello stato e le coltivazioni, fino all’orto di casa, di sua esclusiva pertinenza e sotto autorizzazione.
Solo le sigarette erano abbondanti, marca “Popular”, senza filtro ed in confezioni di sola carta costituita da due involucri a bicchiere rovesciati uno sull’altro. Un pacchetto da venti al giorno per ogni adulto, chi non fumava le rivendeva ai turisti per pochi spiccioli di dollaro, moneta non detenibile dai cubani ma unica veramente utile per fare acquisti, dato che il peso cubano, pur essendo fissato alla pari con il dollaro da Fidel, non veniva scambiato in nessuna altra baca del mondo ed era vietato il possesso da parte dei cittadini dell’isola.
Così, miseria, corruzione, prostituzione, mercato nero ed ogni altro tipo di attività illecite proliferavano sotto un’apparenza completamente pulita all’ombra di una rivoluzione ormai lontana e distante da quei giovani che incontravo.
L’altro modo di vivere era rendersi utili. Il come era davvero variegato, trovare un lavoro difficile, gli stipendi erano unificati, dai due ai tre, massimo cinque pesos al mese a seconda se si facevano le pulizie o si era rettori universitari, la vera differenza consisteva nel benessere dato dal prestigio o dalla possibilità di arrotondare diversamente, così, a parità di stipendio, fare lo steward per la Cubana de Aviacion era meglio che lavorare nella fabbrica di tabacco o le pulizie in un hotel per turisti migliore che il direttore generale delle poste.
La seconda settimana mia moglie veniva colpita da un virus intestinale, tutti ne soffrivano, l’acqua della zona era contaminata e le medicine disponibili il frutto della Guaiava che veniva definito “meglio del Bimixin”, antibiotico contro questo tipo di problemi.
Finivamo in un ospedale dove medici meravigliosi e competenti avevano a disposizione solo acqua e sale, così tenevano mia moglie a digiuno per un giorno con le sole flebo ad alimentarla. Passata la crisi e recuperata la febbre venivamo consigliati di andarcene da lì, non avevano da mangiare per nessuno e, soprattutto, nessun antibiotico da fornirci e l’ospedale “non era il miglior posto per una persona debilitata, dato che tutte le malattie possibili erano lì presenti”.
Eravamo a Moron, cittadina sperduta sull’isola, da soli e non vi erano Taxi, così superate le difficoltà con il telefono, difficile da usare e sotto controllo, dicevano, l’unico albergo locale inviava un cliente italiano, che si era offerto volontario, a prenderci con la sua auto noleggiata all’Avana, mille chilometri distante.
L’italiano aveva famiglia, ma trascorreva da uno a due mesi all’anno a Cuba, dove aveva una fidanzata fissa, una ragazza dall’apparente età di circa vent’anni che per il periodo di permanenza viveva con lui in hotel e con la benedizione della famiglia. Lui, cinquantenne, in cambio portava antibiotici all’ospedale locale, vestiti per la famiglia e comperava generi alimentari per tutti sul posto. Il ricco italiano con la ventenne.
Tutto può sembrare squallido, ma è tipico della povertà, per contro il popolo negava tutto, chi poteva cercava un matrimonio con un turista, uno qualsiasi, maschi, femmina, bello o brutto, bastava andare via, chi restava si ingegnava, più o meno dignitosamente.
Mancava tutto, cibo e materiali, quello che non mancava era l’allegria, lo spirito di rivalsa e la voglia di un futuro migliore sull’isola, amata ed odiata al tempo stesso, ma quasi nessuno osava avanzare ipotesi di morte per Fidel.
Fidel era Cuba, il fratello Raul non era così ben visto, qualcuno diceva che stava preparando il dopo Fidel opzionando l’isola agli stranieri, una sorta di reazionario sotto traccia, ma nessuno osava mettere in dubbio la sua autorità, non con Fidel vivo e saldamente al potere.
I funzionari locali del governo venivano a mangiare a turno nel villaggio, li riconoscevi perché prendevano un tavolo con tutta la numerosa famiglia, erano cubani e non turisti e si servivano abbuffandosi come se non vedessero cibo da anni, ma una volta alla settima facevano il giro, ogni giorno un hotel differente, così erano tutti grassi. La domenica venivano fin dal mattino, dopo pranzo il funzionario prendeva dal bar varie bottiglie di rum invecchiato, offerte dalla direzione, e si ubriacava in spiaggia insieme a degli amici, l’ho visto fare per tre settimane di fila.
Per rientrare al villaggio dovemmo affidarci ad un cubano che aveva un coche, no, non una macchina, un cocchio con un cavallo, a differenza dello spagnolo in cubano l’automobile si chiama carro.
Il padrone del cocchio ci portò a casa sua dove da una sorta di fienile estrasse una vecchia 124, ma di marca russa, ci fece salire ed andò in una strana periferia dove, in un’altra abitazione privata, comprò della benzina al mercato nero.
Cento chilometri ci separavano dal lusso del villaggio, almeno tre volte la macchina si fermò, la benzina non era buona e dovevamo pulire il filtro, ad un posto di blocco dichiarammo di essere amici che andavano a pesca per non essere arrestati e finalmente al villaggio tornammo alla quasi normalità, ma nel frattempo avevamo perso l’unica connessione aerea con l’Italia della settimana, dovendoci fermare un’altra settimana.
Queste non furono le uniche cose negative che vidi, la lista è lunghissima, ricordo che un giorno dissi ad un ragazzo dello staff, con cui disquisivo spesso di cultura, che avevo l’impressione che queste joint venture con soggetti stranieri per il turismo e l’industria stavano facendo cambiare le cose a Cuba, che il vento del cambiamento si sentiva già. Rispose con un lapidario “lo diceva anche mia nonna, ma è morta senza vedere nulla”.
Ma se la povertà ed i regimi sono simili dappertutto, quello che era differente a Cuba era l’impressione diffusa di una giustizia sociale orizzontale e comune, le persone si arrangiavano, però tutto era per tutti, alla sera gli inservienti avevano il diritto di stare con i turisti ed usufruire della discoteca, era normale, non c’erano ceti sociali, delle gerarchie necessarie, ma non ceti sociali. Se il professore universitario guadagnava di più era per il suo ruolo, ma quel “di più” era poca cosa, non il divario sociale che è qui da noi, il professore aveva un po’ di più ma viveva in una casa assegnata da “Fidel”, come tutti e come tutti aveva il cibo razionato.
L’orgoglio di una popolazione che forse non era differente dalle altre era insito in quella giustizia sociale che anche il nostro premier Renzi aveva usato come bandiera, ma Fidel, il vero Fidel, era un’altra cosa.
Forse un sognatore forse un dittatore, forse cieco davanti alla situazione complicata del suo paese, ma un grande padre per tutti, un padre in fondo buono che, come tutti i padri, può sbagliare nell’accudire i propri figli, ma resta il loro padre.
Oggi quel padre amoroso non c’è più, cosa sarà dei suoi figli solo il tempo potrà dirlo, quello che è certo è che con lui se ne è andata la Cuba che conoscevamo, che potevamo criticare, ma che non potevamo fare a meno di amare.
Tu amor revolucionario te conduce a nueva empresa donde esperan la firmeza de tu brazo libertario.
Hasta siempre comandante!