DI GIULIO CAVALLI
GIULIO CAVALLI
Prima di tutto ho voluto leggere i commenti. Mica i coccodrilli, quelli preferisco immaginarli scritti nei ritagli di tempo degli editorialisti annoiati e valgono per le tremila battute che sono, ma soprattutto ho voluto leggere e cercare le reazioni della “classe dirigente” giornalistica, politica e intellettuale. Si passa dal “un dittatore in meno” di Matteo Salvini al “dittatore brutale” di Donald Trump, dal “liberatore” scritto da Stefano Fassina passando alle lodi sperticate di chi scrive “Adios Comandante, lasci una Cuba colta e istruita” (Alfredo Luis Somoza) o di chi finge di non vedere il castrismo che è finito in una banalotta oligarchia.
“La storia mi assolverà” ripeteva Fidel, consapevole molto più dei suoi apologeti di un fallimento politico che si è schiantato contro gli ideali che aveva soffiato e la storia, qui da noi di questi tempi così compressi e subitanei, noi ci sentiamo in dovere di farcela stare in un post, dentro un tweet o a cavallo di status da martellare sui social per mostrarsi in linea con il lutto o lo sdegno quotidiano. Così tutto si appiattisce, tutto è prêt-à-porter.
I due Fidel, con Fidel da morto, hanno bisogno di stare nello stesso pezzo e così sparisce tutto ciò che è complesso e conseguentemente finisce la memoria intellettualmente onesta di una Cuba che si è arrampicata su vette altissime per sentimento di libertà e democrazia per poi sommergersi in una pratica politica che ne ha disatteso quasi tutte le aspettativa. Quale Fidel è morto? Quello (unico) che ha alfabetizzato un popolo alla ribellione come strada per riappropriarsi della propria sovranità? Beh, se è morto quello, sappiano i commentatori odierni che in un mondo dove la politica s’è fatta cliente di interessi sovranazionali e particolari che quel Castro (e i suoi primi compagni) è un mostro di volontà e sguardo che sarebbe da tenere in tasca. Un Davide che non s’è fatto menestrello dei Golia in cambio di una medaglia di potere e di prestigio è una figura da piangere, altroché; un’isola che non accetta di essere la dependance degli USA mentre quelli brigano nelle democrazie degli altri è una lezione di storia.
Quale Fidel è morto? Quello che si è sclerotizzato in una mania di difesa poi diventata ossessione di controllo e compressione dei diritti? Quello che dopo avere diviso il pane con Che Guevara ha lasciato in eredità un Paese come se fosse un patetico trono? Allora siamo al fallimento doloroso (sulla pelle dei suoi cittadini) di una politica che tanto deludente quanto dannosa; siamo di fronte all’ennesimo potente incapace di rinunciare al potere; siamo negli occhi di chi da esule ha dovuto scappare per trovare una realizzazione.
Oppure semplicemente la storia di Fidel Castro e la sua Cuba è semplicemente tutto questo, è molto altro ancora, è un libro vastissimo che si srotola in tutte le sue contraddizioni. Una storia complessa com’è la Storia: qualcosa che non ci sta nei micropezzi funebri e nemmeno negli slogan morterecci. E quanto avremmo bisogno di farci tornare l’acquolina in bocca per la Storia e per la complessità.
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