DI DARWIN PASTORIN

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È arrivato. Finalmente. Dopo una lunga ed estenuante attesa. Il Palmeiras, il mio Palmeiras, ha conquistato il suo nono titolo nazionale, il Brasileirão. Non accadeva dal 1994. Ma adesso è soltanto tempo di canti e festa. Ho assistito alla diretta, con mio figlio Santiago, grazie a Sportitalia. 1-0 al Chapecoense, in virtù di una rete di Fabiano. Ho palpitato fino all’ultimo  spasimo, poi mi sono ritrovato felice e commosso come un bambino, a danzare nella notte.

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Il Verdão è stata la mia prima squadra del cuore, quando ero bimbo a San Paolo del Brasile, figlio nipote e pronipote di migranti veronesi. Il Palmeiras, nato Palestra Italia nel 1914, era il club dei nostri lavoratori, di chi era partito, solcando un oceano dalle onde adulte, per fame sogno fuga disperazione. Quei giocatori in maglia verde, con una P bianca sul petto, e il tricolore nel cuore, rappresentavano orgoglio e consolazione, speranza e nostalgia. Il Palmeiras, diventato tale nel ’42, è la società brasiliana più blasonata.

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Arrivato in Italia, a Torino, nel 1961, ho cominciato a tifare per la Juventus, ma non ho mai smesso di amare il Verdão, che nelle stagioni della mia infanzia aveva come centravanti un tipo fortissimo e simpatico, rossiccio, soprannominato “Mazzola”, talvolta con una zeta sola, per la sua straordinaria somiglianza con l’immenso Valentino, capitano del Grande Torino: José Altafini, oggi tra i miei migliori amici. Obrigado Palmeiras, meu Palmeiras.

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