DI MANUELA PALERMI
MANUELA PALERMI
La campagna referendaria di Renzi e del Pd non è mai stata condotta sul merito della riforma. Inizialmente s’è fatto ricorso alle promesse, che neanche con un miracolo di Sant’Antonio: dal salvataggio dei correntisti delle banche, alle tasse ridotte (il prelievo è passato da 700 a 712 miliardi!), ai soldi all’edilizia scolastica, allo sblocco totale dei debiti della P.A., a quindicimila assunzioni sempre nella P.A., a 43 miliardi da stanziare per i cantieri, a 8 miliardi di tasse in meno sulla Finanziaria, al Ponte sullo Stretto, all’abolizione dei contributi per gli industriali al sud… Un clientelismo a mani basse sorretto solo dalla fede vista la mancanza di risorse. Da un po’ la strategia è cambiata. Dalle promesse Renzi e il Pd sono passati alle minacce, alla paura. Attenti, italiani, se vince il No c’è il rischio che le banche falliscano, che ci estromettano dall’euro, che arrivi un governo tecnico, che gli investitori fuggano, che arrivino i populismi, che crolli l’Unione Europea. Se vince il No Renzi se ne va e dopo Renzi c’è il nulla, tranne l’accozzaglia…
L’uomo non ha paura delle bugie, conta sul fatto che la gente dimentichi, che una promessa nuova cancelli quella vecchia. Tant’è che un giornale sussiegoso come l’Economist ha scritto: “Ha promesso una riforma al mese, dal lavoro alla burocrazia al sistema fiscale…”. Persino gli economisti liberisti hanno il senso della vergogna.
Il risultato di queste due strategie ha creato un clima di tifoseria da curva sud, che ha spaccato l’Italia in due. E se a questo si aggiunge la resa dei conti nel Pd, c’è una ragione in più per continuare a lavorare alla vittoria del No. Non solo cancelleremmo una brutta riforma, ma ci libereremmo anche di tanti responsabili che hanno ridotto la politica a miseria. E poi vi immaginate che roba se De Luca fa il senatore?