DI TONI CAPUOZZO

TONI CAPUOZZO

“La storia mi assolverà”. Tra milioni di parole, fiumi di invettive, valanghe di promesse e maree di slogan pronunciati in mille convegni e mille comizi senza fine pronunciati nella piazza della Rivoluzione a L’Avana, la frase più famosa è rimasta quella pronunciata nel 1953, quando, avvocato di se stesso, si difende davanti al tribunale che vuole giudicarlo per il fallito assalto a una caserma dell’esercito di Fulgencio Batista, dittatore di turno. “Condannatemi, non mi importa. La storia mi assolverà”, conclude una fluviale autodifesa, che si trasforma in un attacco al regime, e in un programma di lotta.
Non ho mai visto Castro, se non nelle immagini di repertorio televisivo: nei giorni in cui ero un giovane cronista a L’Avana, si astenne da comizi, non apparve in pubblico, e fu laconico anche in qualche furente dichiarazione ai giornali. Del resto era impegnato in uno scontro che molti giudicarono fatale, per i sogni del castrismo, con quella parte di Cuba che rivelò una inaspettata voglia di fuggire, e con il nemico di sempre, gli Stati Uniti. Era la primavera del 1980, e io stavo in una pensioncina della capitale di El Salvador, seguendo le tormentate guerriglie di quel piccolo paese centroamericano. Sentii alla radio che un incidente era avvenuto alle porte dell’ambasciata peruviana a Cuba. Un’automobile, sfondando un cancello, aveva travolto, uccidendolo, un poliziotto, e i suoi occupanti avevano chiesto asilo alla rappresentanza diplomatica. Cuba era un mito, e non solo in Centroamerica, e decisi di andarci. La proprietaria della pensione, che era un’esule cubana, corse a comprare un paio di sneakers – allora si diceva semplicemente scarpe da ginnastica – e me le affidò, come regalo per suo figlio, ufficiale dell’esercito cubano. Quando, il mattino dopo, il mio volo fece tappa a Città del Messico, i rifugiati nell’ambasciata erano diventati una ventina. Le autorità cubane pretendevano la consegna di chi aveva travolto il poliziotto, e i peruviani rifiutavano. Castro, con l’incrollabile fiducia in se stesso e nei suoi sogni, per ritorsione tolse ogni vigilanza alla rappresentanza diplomatica. Quando vi arrivai, i rifugiati erano più di cento, e in pochi giorni diventarono migliaia: il giardino dell’ambasciata peruviana brulicava di cubani in fuga. Di quei giorni il ricordo più rivelatore non furono i pestaggi organizzati contro chi si dirigeva verso l’ambasciata, ma la cena con il figlio della mia padrona di casa, il giovane capitano. Che, invece di esprimere un qualche giudizio su quello che stava succedendo, mi convinse ad aggiungere alle scarpe, inviategli dalla madre, i jeans che indossavo (mi attese discreto a un angolo vicino all’albergo, aspettando che tornassi con un altro paio di pantaloni e i jeans in un sacchetto di plastica). Intanto, in quello scontro fatale, gli Stati Uniti si erano offerti di spalancare le porte ai rifugiati. E Castro fece un colpo da maestro: permise che una flotta di imbarcazioni private venisse da Miami al porto di Mariel: vecchi esuli cubani recuperavano parenti e amici. Ma per ogni parente, dovevano accollarsi altri quattro o cinque ospiti: Fidel aveva svuotato le carceri. Dopo sette mesi, centoventicinquemila cubani avevano raggiunto la terra promessa a stelle e strisce. Miami traboccava, e all’inizio dell’autunno gli Stati Uniti dissero basta. Ancora oggi le gang di cubani americani vengono chiamate “marielitos” dal nome di quel porto. Il mito di Cuba ne usciva appannato, ma Fidel aveva vinto. E forse questo è il bilancio del sessantenne socialismo cubano e del novantenne patriarca che lo ha fondato. Gli ammiratori non si stancheranno mai di elencare i successi nell’istruzione, nella sanità, nella ricerca. I detrattori non vi faranno mai dimenticare l’assenza di libertà, le detenzioni, i diritti violati. Luci, e ombre. Gli ammiratori vi ricorderanno le difficoltà: l’embargo americano, il crollo dell’Unione Sovietica e adesso del Venezuela che regalava petrolio. I detrattori elencheranno il fallimento delle guerriglie latinoamericane, il mercato nero, le dissidenze. Forse i miti non reggono i sessant’anni. Ma lui, Fidel, che festeggia i novanta ? Tanto per cominciare, già arrivarci dopo 638 tentativi di farlo fuori burocraticamente conteggiati, dal sigaro esplosivo alla muta da sub infestata da funghi letali, è un risultato notevole. Sarebbe malevolo raccontare i novant’anni di Castro usando il romanzo del suo amico Garcia Marquez, “L’autunno del patriarca”. Ha l’aspetto di una vecchiaia serena, quella di Fidel, senza rimorsi e senza rimpianti. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche è apparso al congresso del partito comunista cubano, lo scorso aprile. Ha parlato da seduto, indossando una qualunque tuta da ginnastica. E ha detto: “ Presto avrò novant’anni. Presto sarò come tutti gli altri. Arriva il turno di tutti”. Non ha pronunciato la fatidica parola “morte”, ma l’ha lasciata intendere, quasi una citazione inconsapevole della livella di Totò, che ci rende tutti uguali. Forse qui sta la ignorata grandezza di Fidel. Non nell’essere stato un protagonista del secolo scorso ed avere sepolto tutti gli altri. Ma nell’essere riuscito a fare il “leader maximo” con un profilo basso, contenendo un ego imperioso. Ha lasciato l’eroismo al Che Guevara, caduto giovane e bello, non si è mai fatto erigere un monumento o titolare un viale, è stato modesto e schivo nella vita privata, non ha mai esibito le fortune che alcuni, sempre smentiti, gli attribuiscono. Uno come tutti, alla fine: né un santo rivoluzionario, né un tiranno sanguinario. Uno che è arrivato a vedere che anche la sua Cuba si avvia a essere un’isola come tutte, un po’ più normale, nel bene e nel male. E allora li assolverà, lui e il suo socialismo tropicale che nel mondo di oggi sembra un panda, la Storia ? Diciamo che ha rinviato il giudizio. Per l’avvocato Fidel Ruiz Castro, un’ altra piccola vittoria, nell’ennesimo scontro. DA GRAZIA

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