DI SILVIA GARAMBOIS
SILVIA GARAMBOIS
Sabato 26 per le vie di Roma le femministe di ieri e di oggi hanno riaffermato il loro protagonismo. La lotta al patriarcato e alla violenza maschile, il riconoscimento della libertà di ognuna, per i vecchi e nuovi diritti hanno un solo colore: il rosa
Che piazza. Che emozione. Le donne che alle finestre applaudono, anziane che uniscono le dita delle mani nel vecchio gesto femminista: sotto di loro scorre, da ore, quel serpentone di donne, di giovani, ragazze e ragazzi, tre generazioni dopo la loro… Qualcuna – troppo giovane – non riconosce neppure quel simbolo, spaesata chiede: perché mettono le mani a cuore? No, a vagina. È lo stesso. Qui, adesso, è davvero lo stesso.
A Roma sabato 26 novembre è avvenuto qualcosa. Presto per dire cosa. La manifestazione nazionale contro la violenza alle donne è diventata un movimento enorme, pieno di contenuti, di idee, di voglia di riprendersi una vita che sembra schiacciata: la violenza in tutte le sue forme, quella degli uomini “di casa” che uccidono, che picchiano, che impongono il possesso sulla compagna; quella del lavoro che non c’è, che è sottopagato, che te lo danno come se ti facessero un regalo; quella dello Stato che ti chiede figli, che non ti aiuta, che ti umilia dicendoti che non sai neppure fare la mamma (bellissimo – tra i tanti striscioni, e cartelli, e manifesti, e magliette e ombrelli “parlanti” – lo “Sfertility Game”, una sfilata di giovani con i cartelloni che come in un gioco dell’oca raccontano tutti gli ostacoli di una coppia se vuol metter su famiglia: si torna sempre alla casella iniziale). Lo Stato che si ricorda sul fil di lana del voto referendario di dare i soldi per i Centri antiviolenza…
C’era qualcosa di più, in quel sabato romano. Non era (solo) una festa. Non era (solo) una protesta. Esserci, riconoscersi, ritrovarsi. Voglia di cambiare. Senza insegne di partito o di sindacato. C’era anche Susanna Camusso, c’erano numerose deputate (arrivate in pullman dalla loro regione, con gli altri manifestanti), ma non erano loro alla testa del corteo: erano donne tra le donne, per un giorno almeno, a condividere un’emozione.
Un grande, grandissimo evento. A telecamere spente e taccuini chiusi. O quasi. Eppure le giornaliste e i giornalisti c’erano, coinvolti. Di dirette tv, però, neanche l’ombra; le “all news” distratte; nei tg – non tutti – il solito servizio di rito: i bei visi delle giovani con coroncine di fiori e le sagome di cartone delle donne straziate; anche i “grandi giornali” nelle edizioni on line hanno dato notizia come la si dà della solita celebrazione di una data scelta dall’Onu: qualche numero sulle vittime (“sono 116 dall’inizio dell’anno”), qualche foto. Brutalmente: anche per la “festa del nonno” si fanno servizi così… E la stessa cosa sulla carta stampata del giorno dopo – rarissime le eccezioni, anche nei giornali che si vantano di dare attenzione e cura alle questioni femminili.
Un errore condiviso dai media? Una macroscopica sottovalutazione giornalistica? L’asservimento a logiche di potere che non contemplano le donne? Eppure persino il questore di Roma, Niccolò D’Angelo, aveva dettato alle agenzie – cosa assai inusuale – il suo ringraziamento per l’evento “da considerare un grande successo, sia per l’imponente partecipazione che per l’ottima organizzazione”.
La cronaca, a questo punto, deve registrare la protesta vigorosa e condivisa delle promotrici di “NonUnaDiMeno” contro le “distrazioni” dell’informazione, le polemiche (sui social le proposte di uno sciopero del telecomando), anche il tweet di Loredana Taddei, responsabile per la Cgil delle politiche di genere – che ha raccolto un sentire diffuso: “Caro Renzi, per la prossima grande manifestazione di donne puoi dare il permesso ai tg di darne notizia e immagini?”. E infine i servizi televisivi e gli articoli sui giornali del giorno dopo. A freddo. A risarcimento tardivo…
A questo Paese serve un cambiamento: ma se con un voto referendario o se scendendo in piazza a rivendicare nuovi e vecchi diritti, “con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi”.