DI CORRADO GIUSTINIANI
CORRADO GIUSTINIANI
I nostri dirigenti pubblici sono tra i più pagati a livello internazionale e godono tutti di premi di risultato, e compattamente ai livelli più alti. Un assurdo: chi lavora bene è pagato come chi non fa una cippa. Senza cimentarsi in grandi riforme che rinviano la soluzione dei problemi alle calende greche, bisognava intervenire prioritariamente su questo punto. E invece no, si è preferito varare una riforma elefantiaca, basata sulla chimera del “ruolo unico”, per cui un dirigente del comune di Canicattì dovrebbe poter aspirare al posto di direttore dell’Agenzia delle Entrate, con la selezione di centinaia di candidati affidata a commissioni di pochi membri. Un assurdo totale.
Adesso si dice che è stata la Corte costituzionale a condannare la riforma, perché nel testo ci si era dimenticati di acquisire il consenso della Conferenza Stato Regioni. La verità è un’altra. La riforma era già finita: con una raffica di emendamenti imposti dal Consiglio di Stato, e con i direttori generali che erano riusciti in extremis a conquistarsi una cospicua riserva di posti. Lo stesso Sabino Cassese alcuni mesi fa aveva previsto un rodaggio di cinque anni perché i nuovi meccanismi potessero marciare. Possiamo perdere tutto questo tempo?
La riformite è la mania di una classe politica di scarso livello, che attribuisce immancabilmente alle norme in vigore il suo insuccesso, e delega agli azzeccagarbugli la costruzione di nuove norme. Si cambia tutto, per non cambiare niente. Ogni allusione al voto del 4 dicembre è puramente casuale.
riforme