DI PAOLO BROGI
PAOLO BROGI
Ero a Cuba e naturalmente nessun organo di stampa cubano scriveva che erano stati arrestati una ventina di dissidenti.
Lo venni a sapere all’aeroporto di Fiumicino, al ritorno (quindici anni fa), acquistando giornali italiani.
Di che far andare di traverso un soggiorno turistico.
Sulla spiaggia di Guardalavaca un muratore, figlio di un campesino, mi aveva fatto il punto: mio padre ha avuto una casa e l’assistenza sanitaria, ti ringrazio Fidel, però non abbiamo libertà…
La sua figlioletta era lì a guardare con due grandi occhi il nostro pallone da volley, glielo lasciammo. Non aveva mai avuto una palla.
Nei paladares guardavano la tv americana.
Le jineteras erano scatenate, soprattutto a Santiago de Cuba. Offrivano sesso.
Duecentomila auto americane degli anni ’50 circolavano, un autista aprì il cofano di una Chevrolet per far vedere cosa c’era dentro. Di tutto, cannibalizzazioni di pezzi, meccanismi rifatti al tornio, ricambi strappati a Lada, auto giapponesi, coreane…Evviva l’ingegno dei meccanici cubani. Chissà che fine faranno adesso quelle auto, il mercato americano è pronto a risucchiarsele una ad una…
Che razza di paese…
Eppure Cuba era stata nel cuore di tanti giovani europei degli anni ’60.
Cuba, il Che, Camilo Cienfuegos, Fidel…
Come non parteggiare per quel gruppo di uomini con la barba partiti dal Messico in oltre ottanta e rimasti poi sul campo, nella Sierra, in appena una dozzina?
Il primo vero strappo scattò nell’estate del ’68 quando Fidel Castro fece un comunicato di appoggio all’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Usava argomenti, così dicemmo allora, da piccolo leguleio di provincia. Una squallida caduta, piuttosto rivelatrice però.
Non eravamo particolari fans di Dubcek: quella presa di posizione ci mostrò il lato oscuro del castrismo.
Lo denunciammo per questo, ne prendemmo una decisiva distanza.
Poi sono venute altre miserie, come le parole spese contro i gay…
Però Cuba è restata lì, a fianco delle vittime dei gorilla latino-americani, solidale con i militanti perseguitati di Cile, Argentina, e di tanti altri paesi.
E’ restata con i suoi meravigliosi cantanti riscoperti poi da Ry Cooder e da Wim Wenders.
E’ restata con i suoi fagioli moros y cristianos, con la sua yerba buena, con quegli antri dell’Havana vecchia così popolati di gente allegra.
Ed è restata anche con i suoi valorosi medici, come quelli accorsi nelle epidemie ad Haiti, gli unici sul posto mentre la sanità statunitense latitava.
Il paese di Fidel è un paese che assomiglia assai a quelle sue giornate piene di sole e calde quando all’improvviso il cielo si riempie di nubi nerissime in grado di scatenare un nubifragio micidiale dopodiché riecco il sole…

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