DI BARBARA PAVAROTTI
BARBARA PAVAROTTI
Non lo dicono mai nei dibattiti che si svolgono a favore del sì. Non spiegano che nei prossimi anni, in caso di vittoria del sì, nel Senato sarà il caos. Tanto per cominciare il nuovo Senato sarà a regime solo nel 2022. Ovvero quando saranno rinnovati tutti gli attuali consigli regionali. Ci saranno quindi ben 5 anni di interregno, di fase transitoria in cui la confusione sarà totale.
Capire questo è fondamentale per conoscere, al di là dei proclami, il futuro che ci aspetta.
Vince il sì. A questo punto il governo dovrà predisporre e varare una nuova legge elettorale per il Senato, che ancora non è stata preparata. Che senso avrebbe infatti applicarsi al problema se vincerà il no? E qui è il primo errore. I cittadini che andranno a votare per il cambiamento del Senato dovrebbero essere consapevoli di come verrà attuato questo cambiamento. E invece non lo sanno, perché non lo sa con certezza neanche il governo. Non lo sanno, sicuramente, i tanti responsabili dei Comitati per il sì da noi interpellati.
Primo equivoco dunque da sgombrare. Dopo l’eventuale vittoria del sì al referendum, per il Senato tutto rimarrà come adesso fino al 2018, fino alla naturale scadenza di questa legislatura (sempre che non si arrivi prima allo scioglimento anticipato). Camera e Senato continueranno a svolgere i propri compiti per due anni. Nel frattempo il governo dovrà varare la nuova legge elettorale per il Senato, basata sulla proposta di Vannino Chiti (ex ministro del governo Prodi ed ex presidente della regione toscana) e del bersaniano Federico Fornaro, che ha già ricevuto il pieno appoggio di Renzi.
Cosa dice questa proposta? Che quando i cittadini andranno a votare per le varie elezioni regionali avranno anche una scheda su cui esprimere la loro preferenza per il consigliere regionale-senatore. Teniamo conto che le elezioni regionali hanno tempi diversi dalle politiche nazionali. Nel 2017 vota la Sicilia. Nel 2018 votano: Lombardia, Lazio, Molise, Basilicata, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige. Nel 2019 votano: Piemonte, Emilia Romagna, Abruzzo, Calabria. Nel 2020 votano: Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia, Sardegna.
Quindi avremo di volta in volta senatori-consiglieri regionali che entreranno (e usciranno) nel nuovo Senato a rotazione. Mentre la Camera rimarrà fissa per i 5 anni previsti dalla legislatura. Il Senato sarà trasformato in una sorta di stazione ferroviaria: avanti uno, fuori un altro, senza che i tempi di lavoro di Camera e Senato coincidano, come è adesso. Tutto sfalsato. Al di là di cosa si occuperanno questi senatori, il cui ruolo, in base al modificato articolo 70, è assai difficile da interpretare, è ovvio che il loro lavoro –vista l’alternanza continua, conseguente ai differenti tempi di elezioni regionali e politiche – non potrà mai svolgersi in parallelo a quello dei deputati che hanno un inizio e una fine ben precisi. Ecco la fine del bicameralismo perfetto: il caos, l’impasse istituzionale.
Pensate davvero che un senatore che approda fresco fresco a Palazzo Madama nel 2019 o 2020 da Molise o Toscana (o da qualunque altra regione) possa velocemente mettersi in pari col lavoro fin lì svolto? Permetteteci di dubitarne. Considerando, anche, che la nostra classe politica non è formata da geni super esperti.
Di fatto, il nuovo Senato non sarà mai sciolto, non ci sarà più per lui un inizio e fine legislatura, ma avrà nuovi innesti e dipartite a ogni elezione regionale.
E i nuovi senatori neo-eletti nel 2017-2018 in ben 8 regioni? Che faranno? La legislatura, sempre che non si vada a scioglimento anticipato, non sarà ancora conclusa. Rimarranno in lista d’attesa o si aggiungeranno, per un breve periodo, in virtù delle norme transitorie che il governo, in caso di vittoria del sì, dovrà pur varare, ai 315 già in carica? Inevitabile, per non creare troppi scompigli, sarebbe indire nel 2018 un “election day”: urne aperte sia per le politiche che per le regionali fissate per quell’anno.
E comunque da qui al 2018, in caso di vittoria del sì, che facciamo? Per due anni si tiene in vita un Senato fantasma, abrogato dal voto popolare? Per due anni, mica per pochi mesi. Così tutti i neo eletti di quest’ultima legislatura avranno diritto alla pensione, che ancora si matura dopo 5 anni di mandato parlamentare. A questo punto si rischia la sollevazione popolare: “Ma come, abbiamo votato per un referendum-truffa, una follia. Ci hanno detto che riducevano i costi della politica subito e non è vero”. Avrebbero ragione. Come dice il giurista Michele Ainis, “sarebbe come se nel 1948, dopo l’entrata in vigore della Carta repubblicana, si fosse lasciato sopravvivere il Senato regio”. Insomma, avremmo due Senati: uno reale e uno virtuale, quello creato dalla riforma. Uno esistente, l’altro ai blocchi di partenza, pronto allo scatto per scalzare “gli zombie” di palazzo Madama.
Pietà. E poi dicono che i cittadini non si interessano alla politica. Wittgenstein, il fondatore della filosofia del linguaggio, diceva: “Tutto quello che si può dire, si deve dire chiaramente”. Qui non si capisce un accidente, questa è la verità. Renzi l’ha ammesso: “questa riforma presenta imperfezioni da correggere”. Ecco, allora la facessero meglio, poi si vedrà.
Ps. Dimenticavamo: i 21 sindaci neo senatori. Qui la cosa è ancora più confusa. Sono eletti dai vari consigli regionali che li scelgono tra una terna di nomi proposta dal Consiglio delle autonomie locali di ogni regione. E in base a quale criterio? Il sindaco della città più grande, più rappresentativa? Quello più simpatico? Quello politicamente più affine? Non ce l’hanno spiegato. Sarà bene che entro il 4 dicembre i fautori del sì si pronuncino. Altrimenti il voto è davvero solo un atto di fede. Ma questa è meglio riservarla a Dio, non ai politici.