DI PIERO BADALONI
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Il guerrigliero ‘Timochenko’ che torna al suo vero nome, Rodrigo Londoño, e il Presidente colombiano, Juan Manuel Santos, che dà sostanza al premio nobel per la pace ottenuto. Fine di 50 anni di guerriglia delle Farc, con un bilancio spaventoso tra le parti. Tra il 1970 e il 2015, 60.630 persone sono scomparse. Una cifra superiore alla somma dei “desaparesidos” delle dittature di Argentina, Uruguay e Cile. Ma, la Colombia non ha soltanto il problema con le Farc: il processo di pace con l’Esercito di Liberazione Popolare è quasi fermo. Dall’inizio del 2016 più di 70 leader sociali e difensori di diritti umani sono stati uccisi, 279 hanno ricevuto minacce e 28 hanno subito attentati. Molti ricordano lo sterminio del partito di sinistra Unión Patriótica, collegato alle Farc: più di 3500 militanti furono uccisi dai corpi armati dello Stato, dai paramilitari o dai narcotrafficanti.   Il Presidente colombiano, Juan Manuel Santos e il leader della guerriglia delle Farc “Timochenko”, che ora è tornato al suo nome vero, Rodrigo Londoño, hanno firmato nel Teatro Colón di Bogotá un nuovo accordo di pace per la Colombia, con una cerimonia molto più austera rispetto a quella del 26 settembre, a Cartagena de Indias, in cui fu firmato il primo accordo, alla presenza di autorità venute da tutto il mondo. Da quel 26 settembre sono accadute tante cose, dalla gioia per l’arrivo di una pace sconosciuta per generazioni di colombiani, all’inaspettata vittoria del No nel referendum popolare sulla prima ipotesi di accordo (51,3 % per il NO, 49,7% per il Si) e all’assegnazione al Presidente colombiano del Premio Nobel per la Pace, scelta che ha messo in evidenza la grande risonanza nel mondo dell’accordo raggiunto. La campagna per il No era stata molto più aggressiva rispetto a quella per il Si: false informazioni inventate di sana pianta per creare paura ai cittadini, previsioni catastrofiche sul futuro del paese, tutti argomenti che sono serviti ad alimentare ancora di più l’odio nel popolo colombiano già molto sofferente per le ferite di un conflitto armato che dura da più di 50 anni: le famiglie hanno vittime sia nell’Esercito che tra i guerriglieri e tra i paramilitari. Basta solo una cifra per mostrare quanto è grande la tragedia colombiana: tra il 1970 e il 2015, 60.630 persone sono scomparse. Una cifra superiore alla somma dei “desaparesidos” durante le dittature di Argentina, Uruguay e Cile. Dopo la sconfitta nel referendum, il presidente Santos ha dovuto trattare con gli oppositori del primo accordo, tra cui anche i pastori delle chiese evangeliche, molto critici su alcuni punti del testo iniziale, mentre a L’Avana sono ripartite le riunioni Farc- Governo per cercare di trovare soluzioni per un nuovo accordo. Entrambe le parti avevano fretta, il Governo perché impegnato in una riforma tributaria non molto popolare nel paese, per l’aumento delle tasse; e la guerriglia perché doveva rimanere ferma ma attenta in quanto la tregua bilaterale del fuoco poteva essere interrotta in qualsiasi momento. “È il trattato della fiducia” che deve dare inizio alla costruzione del Dopo 41 giorni, a L’Avana, l’annuncio che era stato raggiunto “il miglior accordo” possibile: parole di Humberto de la Calle, rappresentante di Bogotà al tavolo dei negoziati di Cuba.“paese della concordia”, ha sottolineato dal canto suo il negoziatore delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Ivan Marquez. “Da parte nostra abbiamo fatto concessioni anche oltrepassando i confini che avevamo fissato, spostandoli fino ai limiti del ragionevole e dell’accettabile, per un’organizzazione politico-militare che non è stata sconfitta con le armi”, ha aggiunto. Il nuovo accordo, tra le altre cose, obbliga le Farc a presentare un inventario completo delle sue proprietà, da destinare ai risarcimenti alle vittime. Sono stati eliminati i magistrati stranieri dai tribunali speciali di pace e la presenza di organizzazioni internazionali: soltanto l’Onu rimarrà come osservatore del processo di pacificazione. In un breve discorso, il capo dello Stato colombiano ha annunciato che nel nuovo testo sono state definite con precisione “le restrizioni della libertà” cui saranno sottoposti i membri delle Farc. È stata così recepita una delle obiezioni principali del fronte del ‘no’ al referendum. I cambiamenti, però non sono bastati agli oppositori, che adesso inizieranno una nuova campagna per chiedere al Governo di rivedere ancora l’accordo. Non piace sopratutto l’idea che le Farc possano trasformarsi in un vero e proprio partito che parteciperà a pieno titolo alle prossime elezioni politiche. Ma Il Presidente Santos ha spiegato che il nuovo accordo sarà sottoposto all’approvazione del Parlamento, e la sua attuazione avverrà sotto il controllo della Corte Costituzionale. Si allontana così il rischio di un nuovo referendum, perché Santos si appellerà alla sovranità del popolo attraverso i suoi rappresentanti nella Camera. Dal momento in cui l’accordo verrà approvato dal Parlamento, si spera entro la prossima settimana, partirà il processo di smantellamento della guerriglia ed è previsto che in 150 giorni tutte le armi delle Farc saranno nelle mani dell’ONU. Ma, la Colombia non ha soltanto il problema con le Farc: il processo di pace con l’ELN (Esercito di Liberazione Popolare) è quasi fermo e la violenza che stanno soffrendo i leader sociali, sopratutto quelli che si sono mostrati favorevoli alla pacificazione, è molto crudele. Dall’inizio del 2016 più di 70 leader sociali e difensori di diritti umani sono stati uccisi, 279 hanno ricevuto minacce e 28 hanno subito attentati. La paura è grande perché molti ricordano lo sterminio sofferto dal partito Unión Patriótica, un partito di sinistra collegato alle Farc: più di 3500 militanti furono uccisi dai corpi armati dello Stato, dai paramilitari o dai narcotrafficanti. Adesso, di nuovo, la violenza dei paramilitari sembra incontrollabile da parte del Governo, accusato più volte di avere legami con loro. Gli organismi internazionali come la Delegazione dell’UE a Bogota, Oacnudh, diverse ambasciate e Onlus stanno premendo sul presidente Santos perché protegga i leaders e i difensori, come dimostrazione anche di buona volontà sull’implementazione degli accordi. La preoccupazione tra gli osservatori è che la Colombia, capace di fare uno dei migliori accordi di pace mai visti, non sia capace poi di metterlo in pratica e che il paese entri in una grossa crisi sociale e umana come quella vissuta recentemente da tutto il Centroamerica. La stabilità del paese interessa anche gli Stati Uniti: il presidente Obama aveva appoggiato con decisione il processo di pace, sia per cercare di frenare il traffico di droghe che per aiutare un paese da sempre vicino nei difficili equilibri geopolitici della regione. Cosa farà adesso il nuovo presidente Trump? E l’Europa? Resterà a guardare come purtroppo spesso fa, limitandosi a plaudire al bel gesto dell’assegnazione al presidente Santos del premio Nobel per la pace? L’America latina non può continuare a essere un’esclusiva della politica estera della Casa Bianca. Se non altro per la quantità di emigrati europei che sono andati a vivere nel secolo scorso al di là dell’Atlantico.