DI GIANFRANCO ISETTA

GIANFRANCO ISETTA

Vorrei tornare su un tema, in parte già trattato in un precedente articolo e cioè quello dell’influenza esercitata da un personaggio come Berlusconi sulla vita, non solo politica, italiana e che sembrava non finire mai. Il punto non è tanto la figura dell’interessato (appunto Berlusconi)  ma un’idea della vita che anche attraverso le sue televisioni, i suoi giornali, le sue dichiarazioni, i suoi comportamenti pubblici e privati e dei suoi ascari, si è affermata in questi anni in vasti strati della popolazione e che venne ogni volta certificata dai consensi elettorali, sia pur decrescenti,  delle formazioni pseudo politiche  di volta in volta da lui inventate o reinventate. Del resto anche una figura come quella di Renzi oggi e l’impostazione che tende a dare del Partito Democratico si inserisce in questo corso, distinguendosi dal centro destra berlusconiano, nella migliore delle ipotesi, per una supposta illusione riformista che del resto sta già mostrando i suoi limiti in varie aree dell’Europa e del mondo. Direi però, sul piano più generale e quindi anche fuori dai nostri confini, che si possa parlare di una idea di “civiltà” figlia di un capitalismo che ormai non regge più, venendo a mancare i suoi presupposti di base: uno sviluppo concentrato in poche aree del mondo a scapito di interi continenti e delle loro popolazioni. Questa situazione determina l’allargamento progressivo delle situazioni di incertezza, di insicurezza e perfino di povertà, inimmaginabili per molti sino a qualche stagione fa nella nostra area sviluppata del mondo. C’è una affermazione dello scrittore ed editore australiano Jeff Sparrow  che , pur risentendo del taglio forse un po “sloganistico”, rende bene l’idea di una disillusione crescente sulle magnifiche sorti della nostra forma di organizzazione economica e sociale e sulla sua presunta superiorità rispetto ad altre ricette ed esperienze storiche o futuribili,  ed espressa qui con un intrigante paradosso: tutto quello che ci faceva paura del comunismo è diventata realtà grazie al capitalismo. Questo meccanismo sta scoppiando perché tutti vogliono (giustamente) partecipare al banchetto e quindi, nel medio periodo, ma direi già da oggi, chi si potrà andare a sfruttare? Il problema però è che la risposta a questa crisi anziché puntare ad uno sviluppo equilibrato nell’uso delle risorse, nel rapporto col territorio e nella distribuzione della ricchezza e dei saperi, viene sempre più da meccanismi finanziari nelle mani di poche persone che si arricchiscono sempre di più e che stanno riducendo fortemente anche il peso della politica. In questo quadro il cosiddetto “berlusconismo”, che pure ha pesato e pesa ancora molto nel nostro paese, si riduce ad essere ben poca cosa rispetto a questi meccanismi. Si fa certamente forte per la debolezza di una sinistra che stenta a trovare idee e uomini e quindi forza, per una alternativa credibile e praticabile. Lo spettacolo offerto in questi ultimi giorni, non c’è bisogno di ricordarlo, è deprimente.  Sarà necessario un lavoro di lunga lena e in profondità perché i danni, provocati da questo cosiddetto “buonsenso comune”, che ci è stato propinato e fondato sul nulla, sono stati molto grandi, sono penetrati in profondità nella testa di molte persone. Il terreno su cui si giocherà la partita nei prossimi anni io credo sarà innanzitutto quello culturale e sul piano geo politico dovrà coinvolgere tutta l’esperienza storica della civiltà occidentale costretta a fare i conti con se stessa. E se si ricominciasse a riflettere su quella frasetta “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” evitando di liquidarla, nella migliore delle ipotesi, sbrigativamente come utopia o pericolosa idea ? Se guardiamo agli uomini e alle donne che davvero hanno contribuito, in modo decisivo, a cambiare la storia (Einstein, Gandhi, Madame Curie tanto per citarne alcuni) essi non si ponevano il problema di cosa avrebbero ricavato dalla loro ricerca o dal loro comportamento, ma cercavano innanzitutto un senso alla loro vita, erano alimentati da una profonda curiosità e cioè da una grande spinta alla libertà. Tutti vani utopisti?

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