DI DINO GIARRUSSO

DINO GIARRUSSO

Nel romanzo “Il giocatore” di Dostojevskji, ai bordi del tavolo della roulette si trascinano queste figure tristi, che non hanno abbastanza soldi per giocare ma sono anch’esse possedute dal demone. Dunque, come affamati che pietiscono briciole alla tavola del ricco, questi attendono che qualche signore vinca somme forti e conceda loro delle mance. Mance che naturalmente loro punteranno subito sul tavolo verde.
Sono parassiti malinconici e impotenti, tristi, che oggi qualcuno chiamerebbe, appellandosi al politically correct, “diversamente mendicanti”, e che il sommo romanziere chiamava invece “polaccuzzi”, se ben ricordo perché quasi tutti di origine polacca.
Ecco, io la corte che si accalca ad omaggiare il potente di turno (ieri era Berlusconi, oggi Renzi, domani chissà…) la identifico coi polaccuzzi: un circo Barnum di miracolati, perennemente impauriti, quasi tutti inetti, profondamente ignoranti a dispetto del loro diploma o della loro laurea, senza traccia di spina dorsale: donne e uomini smarriti da anni nel solo scopo di mettersi in luce con il signorotto, di avere la loro mancia e giocarsela al grigio tavolo della loro esistenza.
Polaccuzzi, che altro?

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