DI CLAUDIO FAVA
CLAUDIO FAVA
Quattro anni fa, più o meno in questi giorni, mi ritiravo dalla campagna elettorale per la presidenza della Regione Sicilia. Il mio cambio di residenza, preteso da una vecchia legge borbonica (inesistente nelle altre regioni), mi era stato notificato 44 giorni prima del voto: ma per legge doveva avvenire almeno 45 giorni prima. Un dettaglio, assolutamente irrilevante: ma le regole sono regole, anche le più inutili. E la mia cicuta, come Socrate, la trangugiai in silenzio ritirandomi dalla campagna elettorale.
Non so se avrei vinto. So che in due settimane di campagna, correndo da solo, il consenso nei sondaggi si era raddoppiato: e al voto mancava ancora un mese e mezzo. Quando mi ritirai non arrivò una sola parola di solidarietà dagli altri candidati né una parola di vergogna su una norma che costringeva al ritiro per un certificato arrivato con 24 ore di ritardo. La storia è nota: senza avversari vinse il Crocetta campione dell’antimafia, e con lui trionfarono i pennacchi e le fanfare. Amen.
Quell’autunno di quattro anni fa mi ritorna in mente apprendendo di centinaia di firme false o taroccate, raccolte a Palermo in quelle stesse elezioni. Mi torna in mente quel sorso di cicuta leggendo i bizantinismi di Beppe Grillo (“Firme copiate furono, non false!”) e ascoltando i parlamentari di Cinque Stelle che oggi rifiutano sdegnati dimissioni, scuse, interrogatori, perizie calligrafiche, fotografie: tutto!
Non butto la croce su quei ragazzi, sorpresi – quattro anni dopo – a cercare le loro scorciatoie per potersi candidare. Io scorciatoie non ne cercai, solo questo so. Fesso? Onesto? M’importa poco. Ma la prossima volta che uno di quei giovanotti salirà su un palco per spiegare che “loro” sono onesti e tutti gli altri solo guappi, per favore, per una volta almeno riceva la cortesia di una risata. Solo una. Ma bella forte.

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