DI GIULIO ALBANESE
GIULIO ALBANESE
Questa sera ho letto una dichiarazione a dir poco allarmante di Anschaire Nikoyagize, presidente di Iteka, il referente burundese della Federazione internazionale dei diritti dell’uomo (Fidh). Durante la presentazione di un rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Burundi, ha denunciato senza mezzi termini che nel piccolo Paese africano si stanno “commettendo crimini contro l’umanità ed esiste il rischio di un genocidio”. L’atmosfera in Burundi è a dir poco incandescente da quando, nell’aprile del 2015, il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato la decisione di ricandidarsi per un terzo mandato, in flagrante violazione del dettato costituzionale. Nonostante le forti critiche della comunità internazionale e la coraggiosa presa di posizione dei dissidenti, Nkurunziza si è ricandidato vincendo con spavalderia, arroganza, brogli e quant’altro. La sua rielezione, come era prevedibile, ha innescato un malessere indicibile e il Paese è davvero in bilico.
Secondo Fidh, dallo scoppio della crisi politica a oggi, in Burundi, sono morte più di mille persone, altre ottomila sono detenute per motivi politici, dalle 300 alle 800 sono scomparse, mentre le violenze e il clima di insicurezza hanno spinto più di 300mila persone a rifugiarsi all’estero. Il rapporto, risultato di una approfondita ricerca sul campo durata un anno e mezzo, attribuisce la maggior parte dei crimini alle forze del regime e a quelle del partito al potere, il Cndd-Fdd e, in particolare, ai miliziani dell’Imbonerakure, l’organizzazione giovanile del partito di potere che è diventata una milizia al servizio del Presidente. Ma a perpetrare violenze sono anche, secondo il rapporto, i gruppi di guerriglia che si oppongono al Presidente e, in particolare, le Forces Républicaines du Burundi e la Résistance pour un Etat de droit. Alla presentazione del rapporto, la Fidh ha lanciato un appello affinché Unione Africana (Ua) e le Nazioni Unite (Onu) intervengano con una missione in grado di mantenere la pace e di favorire il dialogo politico. Altrimenti si rischia il disastro perché “ci sono tutte le condizioni per perpetrare un genocidio”. Povero Burundi!
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