DI FLAVIA PERINA

flavia perina
«Andiamo verso un ballottaggio delle presidenziali che vedrà sfidarsi François Fillon per la destra e Marine Le Pen per l’estrema destra e assisteremo a qualcosa di surreale, e cioè a Marine Le Pen che difenderà le riforme del Consiglio nazionale della Resistenza e le conquiste sociali. Questo è lo scenario che possiamo prevedere oggi». Daniel Cohn-Bendit con la consueta lucidità ha spiegato ai francesi e agli europei tutti quale potrebbe essere la conseguenza della vittoria alle primarie del centrodestra di Francois Fillon. Ad aprile, primo turno con una corsa a tre fra sinistra (Francoise Hollande o Manuel Valls), centrodestra (Fillon) e Front National (Marine Le Pen). La probabile debacle dei socialisti, che escono da un quinquennio devastante. A maggio, un ballottaggio fra Fillon e la Le Pen, replica dello schema del 2002 quando Chirac affrontò il vecchio Jean Marie, però a parti invertite: questa volta l’elettorato progressista anziché “fare diga” contro il Fn turandosi il naso, potrebbe comportarsi in modo diametralmente opposto e scegliere Marine.Sostenitore di un allungamento dell’orario di lavoro, di un drastico sfoltimento della dirigenza della pubblica amministrazione, fortemente sostenuto dal movimento cattolico La Manif Pour Tous, Francois Fillon è invotabile per l’elettorato di sinistra. Ultraliberista in politica, sostenitore di un allungamento dell’orario di lavoro legale e di un drastico sfoltimento della dirigenza della pubblica amministrazione, fortemente sostenuto dal movimento cattolico La Manif Pour Tous, Francois Fillon è stato definito “una Thatcher con trent’anni di ritardo”: invotabile per l’elettorato di sinistraCon grande furbizia, Marine si è già posizionata per impostare una sfida giocata sui temi sociali. Parla assai meno di immigrazione, di identità (due campi dove Fillon ha più o meno le sue stesse posizioni) e nelle prime dichiarazioni dopo le primarie dei Repubblicani lo ha accusato di essere “un lupo” che vede “il libero scambio come unico orizzonte” e propone “politiche d’austerità assolutamente drammatiche per le loro conseguenze”. Se vincesse lui “sarebbe la scomparsa programmata dello Stato, per come lo intendo io”, dice Marine. E si capisce benissimo che già da adesso ammicca al mondo laico e socialista, ai delusi dalla disastrosa esperienza di Hollande, alle sinistre, insomma. Un’area larga e piuttosto smarrita con la quale interloquisce da molto tempo, in una strategia di conquista delle elite culturali progressiste che ha già portato dalla sua parte icone come il regista Jean Luc Godard, suo convinto elettore. Lo scenario dipinto da Cohn-Bendit – una Le Pen che difende le trincee abbandonate dalla sinistra nella sfida col centrodestra di Fillon – è qualcosa di molto concreto se si considera che già lo scorso anno, alla vigilia delle elezioni europee, l’economista Jacques Sapir e il filosofo Michel Onfray avevano “sdoganato” il Fn e messo a subbuglio il dibattito culturale parigino facendosi sponsor di un’alleanza trasversale di tutte le forze «sovraniste», di destra e di sinistra, per la rinascita della Francia. Le sorprese del “mondo nuovo” e post-novecentesco sono tutt’altro che finite con la Brexit e l’elezione di Trump, e ovunque hanno a che fare con il riflusso dallo schema consolidato del “si vince al centro” Il progetto fu promosso e difeso in una grande kermesse alla Mutualité di Parigi, sala-simbolo della sinistra, con la partecipazione di Alain Finkielkraut, Pascal Bruckner e altri mostri sacri dell’intellighentia francese. Il motore per accattivarsi simpatie ben oltre il tradizionale recinto dell’ultra-destra, insomma, è già acceso da tempo. Il cambio di nome (da Front National a Les Patriotes) di cui si parla da tempo potrebbe sugellare l’operazione, levando di mezzo l’ostacolo psicologico di barrare una sigla che per quarant’anni è stata sovrapposta alla definizione di “ultradestra”. Insomma, le sorprese del “mondo nuovo” e post-novecentesco sono tutt’altro che finite con la Brexit e l’elezione di Trump, e ovunque hanno a che fare con il riflusso dallo schema consolidato del “si vince al centro”. In Gran Bretagna come negli Usa, e adesso forse anche in Francia, è “contro” il centro – inteso come luogo di mediazione e composizione degli interessi delle classi dirigenti – che si coagula il consenso e si raccolgono voti. La spinta propulsiva della famosa Terza via blairiana, un po’ destra e un po’ sinistra, che ha tenuto banco per un ventennio ed è tuttora modello quasi ovunque, sembra finita e se ne afferma una quarta, dove destra e sinistra radicalizzano le loro posizioni e al tempo stesso scoprono di poter stare insieme. Contro “quelli di prima”, qualunque sia la loro etichetta.