DI PIPPO GALLELLI

PIPPO GALLELLI

«Il sogno della Chapecoense è finito stanotte », nelle parole, pronunciate in lacrime ai microfoni della tv brasiliana dal dirigente Plinio David de Nes Filho, tutto il senso del terribile epilogo di una favola calcistica conclusasi nel più spietato dei modi. Un sogno spezzato sulle montagne vicino a Medellin dove, lunedì notte, si è schiantato il charter con a bordo i giocatori della Chapecoense, o “Chape” com’è più comunemente chiamata dai tifosi, squadra della serie A brasiliana, partita da San Paolo e diretta nella capitale colombiana dove avrebbe dovuto giocare contro l’Atletico Nacional la finale della Copa Sudamericana: l’equivalente della nostra Europa League. Delle 81 persone presenti a bordo solo 6 sono sopravvissute. Di queste 3 sono calciatori della Chapecoense: Alan Ruschel, Jackson Follmann e Helio Zampier Neto. Non ce l’ha fatta il portiere Marcos Danilo Padilh, deceduto in ospedale per le gravi ferite riportate. In un comunicato stampa l’aeroporto internazionale di Medellin ha fatto sapere che Il velivolo precipitato, un British Aerospace 146 gestito dalla compagnia charter boliviana Lamia, aveva segnalato problemi all’impianto elettrico. I piloti avevano inviato un messaggio di emergenza alle 22,00 di lunedì, ora locale. I soccorsi sono partiti immediatamente, ma sono stati inizialmente ostacolati dalle cattive condizioni meteo. Come riferisce l’ANSA, secondo il responsabile dell’agenzia per l’aviazione civile colombiana, Alfredo Bocanegra, le autorità non escludono che l’aereo sia rimasto a secco di carburante: la più banale e beffarda delle ipotesi. Questi i dati di cronaca di un evento che ha scosso non solo il mondo del calcio, ma tutta l’opinione pubblica mondiale. Numerosi i messaggi di cordoglio come quello di Diego Armando Maradona che ha detto «Da oggi sono tifoso della Chapecoense». La Federazione del calcio sudamericana, Conmebol, ha annullato, ovviamente, la prevista finale e “tutte le attività” fino a nuovo ordine. La squadra che doveva affrontare i brasiliani in finale, l’Atletico Nacional , ha diffuso un comunicato che non ha bisogno di commenti: «Il dolore travolge i nostri cuori e il lutto invade il nostro pensiero. Vogliamo pubblicare questo comunicato per chiedere alla Conmebol di assegnare il titolo della Copa Sudamericana all’Associação Chapecoense de Futebol come trofeo per rendere onore alla loro grande perdita e come omaggio postumo alle vittime dell’incidente, che il nostro sport piange oggi. Da parte nostra, e per sempre, Chapecoense vincitore della Copa Sudamericana 2016!». Sui social commuovono le foto e i video girati e postati dai calciatori della Chapecoense, in aereoporto o sull’aereo poco prima della partenza, Toccante quello di un euforico Filipe Machado che dal suo posto sull’aereo della morte esterna la sua gioia, inconsapevole di quello che sarebbe avvenuto di lì a poco. Machado, lo ricordiamo, ha calpestato i campi italiani con la maglia della Salernitana nel 2009, squadra nella quale aveva collezionato solo 7 presenze da titolare. I social ci restituiscono le immagini di ragazzi felici, di calciatori che stanno per vivere un momento storico, quella che sarebbe dovuta essere la partita più importante della storia del loro club. L’Associação Chapecoense de Futebol, questo il nome completo, è un club giovane, nato nel 1973 per rappresentare città di Chapeco del Sud del Brasile. Negli ultimi anni aveva compiuto un vero e proprio miracolo calcistico visto che nel 2009 giocava nella serie D brasiliana dalla quale, con una serie prodigiosa di promozioni, era giunta alla prima divisione e, addirittura al secondo posto nel 2014. Una formazione che senza star e costruita al risparmio, ha sempre fatto del collettivo il suo punto di forza. Il pensiero, in queste ore, corre a Superga, al ricordo della tragedia del Grande Torino: un’altra squadra di giovani eroi invincibili in campo, fermati solo da un destino cinico che li ha consegnati al mito nella maniera più crudele. Così come non può pensare alla tragedia dell’aeroporto di Monaco, dove, il 6 febbraio 1958, precipitò l’areo che trasportava la squadra del Manchester United. Nello schianto morirono 8 dei Busby Babes e tre componenti dello staff. Tra i sopravvissuti due miti come Bobby Charlton e il manager Matt Busby. Sono i verdetti più amari del gioco del calcio, pagine listate a lutto di uno sport che dovrebbe essere sempre sinonimo di gioia e spensieratezza infantile. Sono curve impreviste e spietate del destino che rubano ai tifosi i loro idoli nella maniera più inattesa e crudele. “Muore giovane colui che è caro agli Dei”, ha scritto Giacomo Leopardi, oppure, per i ragazzi della Chapecoense, così come fu per quelli del Manchester morti a Monaco, possono valere le parole che scrisse Indro Montanelli per il grande Torino « Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta” ».