DI MARISA CORAZZOL

MARISA CORAZZOL

Il leader della Sinistra alternativa francese, Jean-Luc Mélenchon, confortato da sondaggi sempre più a lui favorevoli, intende creare la « sorpresa » alle presidenziali del 2017. Nel suo programma spicca un’assemblea costituente per fondare la “VI république”, oltre ad una transizione ecologista per rispondere ai micidiali cambiamenti climatici ed infine, una nuova definizione dei rapporti diplomatici.
Ma come sarebbe la Francia con presidente Jean-Luc Mélenchon ?
Lui, come i suoi sempre più numerosi ed influenti sostenitori, ci crede fortemente e si sta preparando per meglio affrontare la sfida elettorale che lo propulserebbe alla direzione del Paese. Nel momento in cui i sondaggi lo classificano fianco a fianco con altri candidati della Sinistra, Jean-Luc Mélenchon spera vivamente di imporsi come il candidato della riunificazione per vincere le presidenziali e per realizzare il suo programma che lui chiama “Révolution citoyenne”.
Finita la V repubblica, viva la VI ! E’ uno dei punti essenziali del programma di Jean-Luc Mélenchon. Se eletto nel 2017, l’attuale parlamentare europeo convocherebbe un’assemblea costituente sin dai primi giorni del suo mandato per “permettere al popolo francese di rifondarsi politicamente”. L’assemblea stessa, composta da cittadini sorteggiati (ma si tratterebbe di costituzionalisti, di economisti e di intellettuali) sarà incaricata di scrivere una nuova costituzione. Durante i lavori della costituente, tutti gli aspetti della vita politica sarebbero rivisti e corretti: dalle Istituzioni all’organizzazione sociale del Paese.
La questione che riguarda la convocazione dell’assemblea costituente non è soltanto una questione di democrazia, ma è soprattutto di carattere sociale.
Sussiste, tuttavia, un problema di fondo: la costituzione francese, entrata in vigore nel 1958, non prevede assolutamente nulla sulla convocazione di una tale assemblea. Per riuscirci, quindi, e per realizzare un tale processo democratico, Jean-Luc Mélenchon dovrebbe violare la costituzione stessa. Le uniche condizioni che, invece, gli permetterebbero di convocare un’assemblea costituente nel quadro costituzionale sarebbero che il Parlamento ed il Senato, in seduta plenaria, eletti dopo la sua elezione alla presidenza della repubblica, votino a favore della cancellazione dell’attuale carta.
Ovviamente, non tutti sarebbero d’accordo nello stravolgimento della costituzione in essere,ma Jean-Luc Mélenchon ne ha fatto il suo cavallo di battaglia anche per riformare il sistema fiscale ed il welfare. Fedele alla sua volontà di meglio ridistribuire la ricchezza, si è infatti già impegnato pubblicamente dichiarando che procederebbe ad una grande riforma fiscale, con la creazione di un sistema che prevede 14 “livelli” di tassazione (contro gli attuali 5) e ne stabilirebbe anche un massimo con la creazione di una “tranche” al 100%, al di là di 400.000 euro annuali.
Un problema per Jean-Luc Mélenchon, poiché il Consiglio costituzionale (la Consulta) dovrebbe a priori censurare una tale riforma, visto che nel 2012 aveva già corretto la riforma della tassa sulla ricchezza al 75%, prevista da Hollande per i contribuenti che dichiaravano un milione di euro all’anno, la Consulta avendo giudicato quel dispositivo una «confisca». Ora, se si dovesse applicare una « tranche » al 100% per i contribuenti che denunciano un patrimonio di 400 000 euro annui, la Consulta, diretta dal socialista Laurent Fabius, la censurerebbe seduta stante.
Ma per Jean-Luc Mélenchon è fuori discussione – se eletto – di continuare con la politica di François Hollande, soprattutto con quella attuata già nel 2012. In effetti, il non aver rinegoziato il trattato sul “fiscal compact” – come promesso e più volte urlato in tutta la sua campagna – è stato il primo, imperdonabile fallo del presidente socialista ancora in carica. Mélenchon si è pertanto impegnato a riunire – appena eletto – tutti i partner europei per procedere alla revisione di tutti i Trattati e porre così fine alle politiche di austerità, senza interventi dello Stato, né investimenti pubblici. La sua parola d’ordine è semplice e chiara: «L’Europa o la cambiamo o la lasciamo».
Per realizzare un nuovo negoziato, il leader della « France Insoumise » dovrebbe tuttavia rinnegare tutti i trattati europei, tanto più qualora dovessero fallire gli incontri al vertice da lui preconizzati, poiché le ultime direttive europee riprendono fedelmente tutte le precedenti, come è il caso per il trattato di Lisbona (2009) e per il “fiscal pact” (2013). Rimetterli in discussione, equivarrebbe, pertanto, a lasciare l’ Unione Europea, seguendo il modello del “Brexit”. Avremmo così anche il “Francexit”.
Sul piano dell’ecologia, Jean-Luc Mélenchon vorrebbe applicare le regole de l’«éco-socialisme», rendendo attuabili al 100% le energie rinnovabili da ora al 2050 e facendo così uscire la Francia dal nucleare, instaurando altresì la «règle verte» per assicurarsi che l’uomo non prenda alla natura più di quello che le serva per ricostituirsi.
Una politica energetica rinnovabile al 100% necessita tuttavia di importanti sostitutivi al nucleare su larga scala, come il solare, l’eolico o l’idraulico. Nel 2015, il nucleare rappresentava ancora oltre il 75% della produzione elettrica francese. Il parco nucleare dell’Esagono, che conta 58 reattori, produce oltre 63.000 mégawatt ora (MW), mentre l’eolico ne produce 11.000 MW ed il solare 7.000 MW.
In merito alla politica estera, la sua presa posizione di distanza dagli USA è sempre presente in tutti i suoi discorsi. Jean-Luc Mélenchon non nasconde la sua volontà di allontanarsi dall’ « oncle Sam », abbandonando in primis la NATO e successivamente nel tornare ad una più incisiva presenza all’ ONU per una politica più equilibrata nei confronti della Russia e dei Paesi del Mediterraneo. Concretamente, però, un tale “riequilibrio” non sarebbe poi così semplice da realizzare. Parigi è infatti impegnata , soprattutto nel quadro del comando integrato della NATO, in diversi teatri di guerra, come è il caso in Medio Oriente. Senza parlare della volontà dei Paesi dell’ UE di costruire progressivamente una comune diplomazia, difficilmente conciliabile con un approccio in solitario sul piano internazionale.
Nel suo meeting di Bordeaux – città di Alain Juppé, battuto alle primarie da François Fillon – Jean-Luc Mélenchon non ha esitato ad attaccare quest’ultimo (nonché candidato della destra alle presidenziali). Mélenchon ha rimproverato a Fillon di aver tradito il referendum francese in cui aveva vinto il No sulla costituzione europea, attuando il trattato di Lisbona del 2009. Così come ha denunciato pubblicamente il grave errore commesso dal comitato militare francese della NATO, responsabile della distruzione della Libia. Mélenchon ha ricordato che quella decisione era stata assunta da Nicolas Sarkozy, mentre Fillon era il suo primo ministro, come lo era al momento del trattato di Lisbona. I due hanno, tuttavia, un punto in comune, perché ambedue desiderano riavvicinarsi alla Russia :. « I russi sono nostri partner, non nostri nemici », ha ribadito, anche perché “sono cosciente dei rischi di guerra generalizzata», Mélenchon ci tiene a ricordare altresì che « la violenza chiama altra violenza».
Con il fallimento delle politiche di François Hollande, Mélenchon sembra essere già da ora l’unico candidato che da una sinistra rinnovata, sostenuta dal basso come da economisti del taglio di Thomas Piketty, potrebbe contendere la presidenza a François Fillon, forse più di quanto potrebbe farlo Marine Le Pen che dal campo dall’estrema destra che rappresenta sostiene Donald Trump nelle sue vedute protezioniste e che per la Francia potrebbero verificarsi, invece, fatali.