DI ANNA LISA MINUTILLO
ANNALISA MINUTILLO
Un dato preoccupante quello che riguarda il mondo degli adolescenti (in modo particolare le ragazze ) poiché ogni due minuti si ritrovano ad essere esposti alla possibilità di contrarre il virus dell’HIV.
Anche se per questa infezione non si muore più almeno in Occidente e da qualche anno, non dobbiamo smettere di sottovalutarla e di vedere questo dato positivo come il pretesto per diminuire i finanziamenti alla ricerca. Se le stime dovessero continuare ad essere queste entro il 2030, viene previsto un aumento del 60% dei casi tra gli adolescenti, fino ad arrivare al vertiginoso numero di 400.000 contagi annui.
Ed è proprio oggi in occasione della giornata mondiale per la lotta all’Aids che il
direttore di Unicef Anthony Lake ha invitato a non smettere di pensare a questa malattia come un pericolo. Nonostante 1,6 milioni di contagi siano stati evitati grazie alla prevenzione, nel 2015 sono morte 41.000 persone solo tra i 10 e i 19 anni, 1,1 milioni le persone colpite. In Africa, si ha una maggiore diffusione del virus e più della metà dei casi non sa di essere sieropositiva quindi non riesce a ricevere una diagnosi in tempi celeri ma solo quando la malattia si trova ad essere in stato avanzato. La situazione risulta essere allarmante soprattutto per le donne, che per pregiudizio di genere non vengono sottoposte al test. L’età media dei bambini nati da madri positive all’Hiv è di 4 anni.
Lake invita a proseguire con il promuovere l’utilizzo del preservativo anche alle fasce d’età più basse. Importante fornire ai ragazzi un’educazione sessuale completa in un momento storico come questo che tende a consumare velocemente ogni esperienza di vita di conseguenza anche gli incontri sessuali. Da questa mattina è disponibile in 2800 farmacie italiane un kit per l’autodiagnosi della sieropositività al costo di 20 euro. Potranno acquistarlo tutti i maggiorenni e senza bisogno di presentare la ricetta medica.  Garantisce il risultato entro 15 minuti ed è al riparo da falsi-positivi, con un’attendibilità che sfiora il 100%. Non è da intendersi come un sostituto del test ospedaliero.
Si tratta di un prelievo del sangue con una piccola puntura al polpastrello.
Il test in effetti punta a dare un’opportunità in più per contrastare un fenomeno sommerso, quello delle diagnosi tardive da Hiv, che in Italia riguarderebbe tra le 6mila e le 18mila persone. In Europa 1 persona su 7 non sa di essere sieropositiva quindi incrementare e diffondere gli esami ha una grande importanza . Bisogna sapere che tra il momento del contatto a rischio (e quindi del presunto contagio) e l’analisi devono trascorrere almeno 90 giorni. Gli errori possono generare dei “falsi positivi”. Dopo aver ricevuto una diagnosi di conferma di presenza del virus Hiv bisogna rifare le analisi in un laboratorio e contattare un medico.
Queste le dichiarazioni rilasciate da Giuliano Rizzardini, direttore Dipartimento malattie Infettive ospedale Sacco “ di Aids non si dovrebbe più morire. E grida vendetta vedere, come è capitato, un ragazzo di 30 anni arrivato in ospedale con una diagnosi tardiva che muore. Sul trattamento il nostro Paese ha ottimi risultati. Abbiamo un tasso di successo almeno tre volte superiore rispetto agli Usa per la presa in carico dei pazienti, al di sopra al 90%. Ma non ci siamo ancora sulla consapevolezza. Ben venga, dunque la possibilità di avere uno strumento in più”. Per Rosaria Iardino presidente di The Bridge l’autotest, “una volta entrato a regime, potrà diventare uno strumento di utilizzo diffuso, agendo su due punti: l’abbattimento dei pregiudizi nei confronti della malattia e l’innalzamento del livello di consapevolezza del possibile contagio.
Ma cos’è l’AIDS?
L’AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita) rappresenta lo stadio clinico terminale dell’infezione da parte del virus dell’immunodeficienza umana (HIV). L’HIV è un virus che appartiene a una particolare famiglia virale, quella dei retrovirus, dotata di un meccanismo replicativo assolutamente unico. Grazie a uno specifico enzima, la trascrittàsi inversa, i retrovirus sono in grado di trasformare il proprio patrimonio genetico a RNA in un doppio filamento di Dna. Questo va inserirsi nel Dna della cellula infettata (detta “cellula ospite”) e da lì dirige, di fatto, la produzione di nuove particelle virali. Nel caso specifico dell’HIV, le cellule bersaglio sono particolari cellule del sistema immunitario, i linfociti T di tipo CD4, fondamentali nella risposta adattativa contro svariati tipi di agenti patogeni.
L’infezione da HIV provoca quindi un indebolimento progressivo del sistema immunitario (immunodepressione), aumentando il rischio di infezioni e malattie – più o meno gravi – da parte di virus, batteri, protozoi e funghi, potenzialmente letali alla lunga distanza, e che in condizioni normali potrebbero essere curate più facilmente. Attualmente, si conoscono due ceppi di HIV: il virus HIV-1 e il virus HIV-2.
La trasmissione animale-uomo sarebbe avvenuta per via parenterale (contatto di sangue) attraverso la caccia o durante riti tribali. L’infezione è rimasta a lungo confinata nella regione geografica d’origine fino a quando alla fine degli anni settanta, si è diffusa nelle isole dei Caraibi, in alcune città degli stati Uniti e dell’Europa settentrionale, favorita dall’incremento degli scambi commerciali e turistici tra i vari paesi.
La diagnosi di infezione da HIV nei soggetti giovani-adulti si basa principalmente sulla ricerca degli anticorpi specifici nel sangue
Le persone che contraggono il virus HIV (sieropositive) non sono malate di AIDS, anche se sono destinate a diventarlo, salvo casi rarissimi. La sieropositività implica che l’infezione è in atto e che è dunque possibile trasmettere il virus ad altre persone. La comparsa degli anticorpi, però, non è immediata. mediamente 4-6 settimane, ma può estendersi anche fino a 6 mesi. Durante questo periodo, anche se la persona risulta sieronegativa è comunque in grado di trasmettere l’infezione.
Una delle maggiori emergenze è quella dei paesi africani, soprattutto dell’Africa Sub-Sahariana, dove quasi un adulto su 20 è sieropositivo. “Nella sola Africa occidentale e centrale purtroppo, ancora oggi meno del 30% delle persone ha accesso alle cure fondamentali per diminuire la trasmissione del virus .Scenari simili vengono rilevati anche in Repubblica Democratica del Congo.
A subirne le conseguenze sono spesso le categorie più vulnerabili, non solo donne in stato di gravidanza e bambini ma anche gli adolescenti. rimangono prioritari non solo l’accesso ai farmaci e a test diagnostici e di monitoraggio della cura, ma anche le strategie basate sul coinvolgimento delle comunità, per sensibilizzare e promuovere la prevenzione, l’educazione alla salute e l’aderenza alle cure .

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