DI LUCA BILLI
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La Costituzione di oggi – quella adesso vigente, non parlo delle riforme imposte da questa minoranza arrogante e volgare, a cui dovremo dire NO il prossimo 4 dicembre – è peggiore di quella uscita dalle penne dei Costituenti, perché ha perso in parte quel disegno unitario che allora era così forte. Penso ad esempio alla riforma fatta nel 2012 che, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119, ha introdotto l’obbligo del principio del pareggio di bilancio e in questo modo ha tolto sovranità allo stato, introducendo un elemento che limita il potere legislativo, sottomettendolo a un criterio che è alieno allo spirito del resto della Carta. Per non parlare della confusione che è stata fatta nelle varie riscritture del Titolo V, su cui si sono esercitati personaggi per lo più incompetenti, e che ha dato vita a un conflitto permanente tra diversi livelli istituzionali.
La mia proposta di riforma costituzionale è allora piuttosto semplice. Torniamo alla Costituzione del 1948, togliamo le ultime, farraginose e abborracciate modifiche, e proviamo ad applicarla questa Costituzione, con maggior rigore di quanto sia stato fatto in questi settant’anni.
Gli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale hanno rappresentato probabilmente il punto più alto di un’elaborazione politica tesa a riconoscere il ruolo preminente dello stato sull’economia, la necessità di garantire diritti universali ai lavoratori, l’obiettivo di trovare strumenti per la redistribuzione della ricchezza, il bisogno di creare una rete di servizi pubblici, finanziati dalla collettività, per aiutare le persone in difficoltà, allo scopo di riconoscere a tutti uguali condizioni di partenza.
La storia del Novecento è stata segnata dalla grande crisi del capitalismo, una crisi di cui adesso – in un’epoca in cui questo è tornato vincente in maniera così violenta – facciamo fatica a capire le possibili conseguenze. Molti, a seguito della crisi del ’29, pensarono che il sistema capitalista fosse destinato a sparire, che si fosse completato quel ciclo descritto da Marx e che sarebbe nato, dalle ceneri del capitale, qualcosa di diverso. Sappiamo che a seguito di questa crisi ci fu la risposta antidemocratica del fascismo, ma – una volta che questo fu sconfitto – si provò a immaginare un sistema che in qualche modo imbrigliasse la bestia del capitale, che ne mitigasse la violenza, anche per ripagare lo sforzo di quelle classe sociali più povere, il cui contributo alla sconfitta del fascismo era stato determinante, che avevano retto lo sforzo durante il conflitto, che si erano messe alla prova, e che avevano vinto quella sfida. Naturalmente sarebbe anacronistico giudicare la nostra Carta – come tutte quelle scritte all’indomani della fine della seconda guerra mondiale – come una costituzione socialista, eppure in essa ci sono tanti elementi socialisti, molti di più di quelli che i conservatori avrebbero voluto concedere, ma che i popoli in qualche modo si presero con la forza, perché avevano combattuto. E avevano vinto.
La vicenda italiana è in qualche modo emblematica di questa storia, che non è appunto solo italiana. Era chiaro che l’Italia non sarebbe diventato un paese socialista, perché così avevano deciso i vincitori della guerra, ed era chiaro che la guida del paese sarebbe toccata ai conservatori, ma le forze socialiste, grazie al ruolo che avevano avuto nella Resistenza e nella guerra di liberazione, assunsero un protagonismo di cui non si poteva non tenere conto e che si tradusse in un dettato costituzionale di forte impianto progressista. Quando diciamo che la Costituzione è nata dalla Resistenza esprimiamo con uno slogan tutto questo.
Sappiamo però che il capitalismo non è stato affatto sconfitto, anzi ha superato quella crisi, si è liberato, a partire dalla fine degli anni Settanta, dai vincoli che le forze progressiste gli avevano imposto finita la guerra ed è tornato a dominare il mondo, sfrenato e violento, come all’inizio del secolo, anzi con una arroganza ancora maggiore. Ha stravinto perché è riuscito a imporre la propria visione del mondo anche alle forze che avrebbero dovuto rappresentare il campo progressista – basti pensare a cosa sono diventati oggi i socialisti europei, per tacere dello schifo che c’è in Italia, dove la sinistra si è suicidata – e domina il mondo con brutalità selvaggia. L’unico limite a questa violenza di classe è rappresentato dalle nostre “vecchie” costituzioni, che infatti sono finite nel mirino delle forze del capitale, che vorrebbero emendarle, modificarle, attenuarne la portata riformista, con la scusa che occorre adeguarsi ai tempi, che servono nuovi strumenti per affrontare le sfide nuove e tutte le menzogne che dicono quelli come renzi, per convincerci che la nostra Carta è da buttare – o da riformare come dicono loro.
Votare NO al prossimo referendum è il nostro modo per cercare di fermare questo attacco, prendendo un po’ di tempo e di fiato. Ma non illudiamoci: ne seguirà un altro, e un altro ancora, perché il loro scopo è distruggere queste costituzioni, e le loro risorse sono moltissime, praticamente illimitate. Non possiamo limitarci a stare fermi, a difenderci dentro le mura assediate: saremmo destinati alla sconfitta, anche perché i traditori sono già qui tra di noi, pronti a venderci al nemico. Una volta che avremo resistito a questo nuovo, subdolo, assalto, dovremo avere la forza di gettarci noi all’attacco.
Io comincerei proprio dalla nostra Costituzione, dalla richiesta di applicarla con rigore. Nella Carta c’è già scritto tutto quello per cui vale la pena di lottare: la difesa della sanità e della scuola pubbliche, il riconoscimento dei diritti dei lavoratori, la salvaguardia dei beni comuni, il riconoscimento delle prerogative democratiche. Perché chi vuole cambiare la Costituzione ha sempre due obiettivi: limitare la democrazia e toglierci diritti. Questi due valori viaggiano sempre insieme e per questo noi dobbiamo continuare a chiedere più democrazia e più diritti.
Così il nostro NO si trasformerà in una vittoria.