DI DARIO CELLI
DARIO CELLI
 Ogni anno, per Steve e per sua madre Josephine, è lo stesso brivido.
Un misto di emozione e orgoglio.

L’amico che ci racconta la storia di oggi si chiama Steve Elling e abita aGreat Barrington, piccolo paradiso di 7000 anime del Massachusetts, circa 135 miglia (216 chilometri) da Nuova York.
E’ di origine italiana Steve, e in questo consiste il suo orgoglio.
Sua madre, 90 anni, questa signora qui sotto, si chiama Josephine Perruzza Elling.
Il padre di lei, infatti, si chiamava Cesidio Perruzza. Del quale lei, oggi, è l’ultima figlia ancora vivente.

Un grand’uomo, il nostro Cesidio. 
E con una grande storia – sconosciuta ai più – alle spalle…

L’inizio della storia, in fondo, è il solito.

E’ quello di un ragazzo che alla fine del 1800 viveva a San Donato Val di Comino, piccolo paese in provincia di Frosinone.
Inutile dire che, quelli, erano tempi nerissimi anche per la Ciociaria: lavoravano in pochi, e chi lo faceva era un privilegiato. Beati i contadini, che almeno coltivavano e allevavano ciò che poi li avrebbe (parzialmente) sfamati…

Così Cesidio fece un po’ di scuole, ma non riuscì a raggiungere quello che per un bambino, allora, era il traguardo minimo: la quinta elementare. La sua famiglia era infatti troppo povera per potersi permettere il lusso di mandarlo a scuola fino a dieci anni; e non è che, a quei tempi, i bambini delle famiglie povere potevano stare sulle spalle dei propri genitori senza far niente. 

Due braccia, anche se di bambino, non davano da mangiare se se ne stavano a scuola.
Erano braccia sprecate. 
Dunque, terminata la terza elementare Cesidio fu destinato al lavoro. 
E mica leggero: in una cava. Non lontano da casa sua. 

Diciamola tutta: un bel lavoro di merda per un bambino di otto anni.
Cesidio andò avanti così fino a vent’anni. Poi, evidentemente, non ce la fece più. 
O, semplicemente, voleva di più.
Volle di più di più di quel che vedeva, di quegli anni amari. E non voleva strisciare per farsi valere…
Meglio partire, meglio andar lontano.

Anche perché lui, un anno prima, a 19 anni, aveva sposato una bellissima ragazza del suo paese, Gerarda Cucchi. 
Bellissima e giovanissima: 16 anni.
Bellissima, giovanissima e incinta quando lui partì.
Eccoli qui, i due, in una foto di qualche anno dopo, mentre a New York si facevano il vino in casa…
L’anno dopo, dunque, a vent’anni e con la terza elementare in tasca, Cesidio decise di partire per l’America…

“Merica, Merica, Merica, 
cosa sarà la sta Merica…”
“Cosa sarà mai, questa America…”, cantavano in quegli anni gli emigranti veneti che si imbarcavano verso il Nuovo Mondo.
I registri di Ellis Island dicono che “Perruzza Cesideo” (era tutt’altro che raro, a quel tempo, l’errore nella registrazione dei nomi o, peggio, dei cognomi degli immigrati…) arrivò da Napoli sul piroscafo “Cristoforo Colombo”. 

Che passò davanti alla Statua della Libertà il 1° aprile del 1893.
Non impiegò molto tempo a trovare un lavoro, il nostro Cesidio.
Vent’anni, con delle braccia della Madonna, aveva voglia di spaccare pietre notte e giorno.
E in una New York in prepotente espansione, fece quel che sapeva fare: scavare, maneggiare esplosivo, far saltare rocce testarde.
E le fondamenta dell’isola di Manhattan, si sa, sono di roccia durissima. 

Il lavoro, per lui, non mancava: in quegli anni bisognava spianare mezz’isola per fare piazze e viali. Bisognava sbriciolare la roccia per realizzare le gallerie della metropolitana…
E venne subito assunto da una ditta di costruzione il cui capo era d’origine irlandese. Non è che a quei tempi corresse molto buon sangue fra gli italiani e gli irlandesi, ma il boss della ditta preferiva gli italiani perché cattolici come lui.
E perché erano gran lavoratori, che non si facevano spaventare dalla polvere, dalla pioggia, dal gelo dell’inverno o dal caldo torrido dell’estate.
Lavoravano sodo e basta.
Ma non è che poi facesse loro favoritismi o sconti di sorta.

Dovunque c’era da far saltare roccia e massi, la ditta mandava lui, Cesidio. 
“Miccia lunga!”, “Miccia corta!!!”, “Boooom!!!”: e gran parte del suo lavoro era fatto.

Sabato 17 maggio 1930 lui e la sua squadra vennero chiamati
dalla Robertson & Todd Corporation per far spazio alle fondamenta di quello che, nel disegno del progettista Benjamin Morris, doveva diventare il più bel complesso di Art Decò di New York. 
Un progetto pazzesco, per quei tempi, decisamente ambizioso: 14 palazzi ai quali successivamente sarebbero stati aggiunti quattro grattacieli. 

E si doveva lavorar bene, perché il committente era la persona più in vista nella Nuova York di quel tempo: si trattava nientemeno che di un banchiere.
Il suo nome era John Rockefeller Jr., a quel tempo ultimo rampollo della famiglia americana più facoltosa di quegli anni.
Non so se mi spiego…

“Mio padre sapeva riconoscere dalle venature i punti deboli della roccia che doveva far saltare, e senza che l’esplosione provocasse disastrosi danni collaterali. Lavorava prima con il trapano e poi con l’esplosivo”.

A parlare è Josephine Perruzza Elling, oggi 90enne, la mamma di Steve, la più giovane dei dieci figli che poi Cesidio Perruzza e Gerarda Cucchi ebbero.
La donna della foto all’inizio di questo racconto.
“Mia madre partì da San Donato Val di Comino,  qualche anno dopo mio padre: non aveva mai visto il mare. Non sapeva cosa fosse l’oceano. Non aveva mangiato mai un gelato: era una semplice contadina.
Partì qualche anno dopo mio padre, perché lui voleva arrivare a guadagnare abbastanza per poterle spedire un biglietto di prima classe”.
Perché quando lei l’avrebbe raggiunto con il loro bambino, Cesidio voleva che i suoi amori viaggiassero comodi, nel lusso che non avevano mai visto.

E’ lei a riportarci al 1931.
Qualche giorno prima di Natale di quell’anno, Cesidio e i suoi ragazzi si misero in fila in cantiere per ricevere la paga settimanale.
Si sentivano fortunati, benedetti dal Cielo: la crisi del ’29 con la sua Grande Depressione era quasi passata, e le poche lettere che ricevevano da casa descrivevano un’Italia sempre più povera che per di più si preparava ad una sciagurata guerra.
Un’Italia sicura di vincere…

Insomma, un giorno di dicembre del ’31 Cesidio e la sua squadra arrivarono in cantiere indossando stivali da lavoro, tuta e maglioni pesanti: fa sempre un freddo cane, a dicembre, a New York.
Con loro si erano trascinati un grande abete che qualcuno vendeva per strada. Per festeggiare quel Natale che tanto sapeva di crisi quasi finita, lo comprarono facendo una colletta fra loro.

Lo tirarono su addobbandolo alla meglio, con ciò che avevano attorno: qualche corda colorata, frutta della loro merenda, pezzi di stoffa, bottoni, fiori…
La carta stagnola degli involucri dei detonatori fu trasformata in centinaia di luccicanti piccole strisce. Accanto, coperchi e scatolette di latta che, prima, contenevano il loro cibo; e poi bottigliette colorate,di acqua e vino.

Era il loro omaggio alla città che li aveva accolti, che li aveva tirati fuori dalla miseria, il loro canto di gratitudine per essere stati risparmiati dall’orrore della povertà che attanagliava l’Italia.
E piacque talmente tanto quell’albero, che venne rifatto anche l’anno dopo.
E anche l’anno successivo, quando il Rockefeller Center venne completato.
Diventando, poi, una tradizione.
Con l’abete che, anno dopo anno, diventava sempre più grande, più ricco di decorazioni e più luminoso.
L’albero di Natale del Rockefeller Center è il simbolo delle festività natalizie di New York, e la sua accensione è un appuntamento che richiama decine di migliaia di persone.

Oggi è un gigantesco pino 
decorato da migliaia di luci ecologiche a basso consumo, albero che arriva dalle sconfinate foreste dello Stato di New York.
In cima, la stella di cristallo dal diametro di due metri e dal peso di 250 chili che nel 2004 Swarovski ha creato appositamente per quello che è diventato uno dei simboli più amati della Grande Mela.
Ai suoi piedi, la pista da ghiaccio aperta al pubblico dal 1936.
Dei dieci figli che Cesidio e Gerarda ebbero, ne sopravvissero sette. Perché per i bambini erano tempi duri anche quelli, e anche in America.

Con gli anni, Cesidio e Gerarda Perruzza riuscirono a comprarsi un appartamento, in questa palazzina di Brooklyn, al 358 di Prospect Place, quella qui sotto: un salotto con caminetto, una grande cucina con due finestre, un piccolo giardino sul retro. 

Appartamento, tra l’altro, in questo momento in vendita.
Lavorò fino a 70 anni, Cesidio Perruzza, e quando andò in pensione, perfino il quotidiano The Daily News (oltre che questo miserrimo blog…) si occupò di lui. 
Logico: d’altronde aveva visto crescere la città come pochi. 
E alla domanda curiosa del cronista che gli chiese “Ma come si fa ad essere un dinamitardo fino all’età di 70 anni?”, lui rispose semplicemente: “Beh, basta evitare le sbornie…”.
 Nel 1971 la coppia passò una bruttissima avventura nel loro bell’appartamento di Brooklyn: successe quando si trovarono dei ladri in casa che li legarono e li imbavagliarono per prendersi poi pochi spiccioli. 
Fu allora che decisero di lasciare la loro Nuova York per trasferirsi nel verde e più tranquillo Massachusetts.

Ma l’aria pura del Massachusetts se la godettero solo un anno.
Morirono tutti e due nel 1972, a qualche settimana di distanza.
Non potevano sopportare di vivere l’uno senza l’altra.

Quando i figli si trovarono a sgombrar casa, furono costretti a chiamare gli artificieri dell’Esercito americano. 
In cantina, infatti, trovarono una scatola di dinamite perfettamente conservata, contenente esplosivo pronto all’uso. 
Che Cesidio aveva tenuto per decenni certamente “perché non si sa mai”

Se in questi giorni sarete a New York, quando vi troverete davanti all’albero del Rockfeller Center (anzi, all’“albero di Cesidio”…) non dimenticate di inviare a lui un piccolo, devoto, pensiero.