DI GIORGIO MAURI
giorgio mauri
Era il 2009 quando Karpov dichiarò che gli eredi delle grandi sfide scacchistiche sarebbero stati Magnus Carlsen e Sergey Karjakin, e così è stato.
Chi non conosce gli scacchi non può immaginarsi quanto sia ai limiti delle possibilità umane. Un torneo dura molti giorni, e le partite normali possono durare 6 ore, a volte non terminano e si continua il giorno dopo, con i giocatori che giocano e rigiocano la partita nelle loro menti incessantemente fino alla ripresa del gioco.
Spesso il profano chiede “ma quante mosse si possono prevedere?”. La risposta è “infinite”, per la semplice ragione che quasi tutti gli scacchisti sono in grado di giocare alla cieca, cioè senza vedere la scacchiera, ma solo avendo comunicazione della mossa fa l’avversario, colpo su colpo. Quello che non ci si aspetta è che in quei giorni trascorsi seduti a giocare uno possa perdere molti chili, anche quattro o cinque.
Lo sforzo mentale è disumano. Sono stati molti i grandi giocatori travolti da problemi psichici. Tutti conoscono Fischer, l’asso americano che riuscì a vincere il titolo di campione del mondo contro Spassky. Ma la gente non sa cosa significasse. Con Spassky giocavano 5 dei 10 migliori giocatori di tutti i tempi, aveva dietro di se tutta la scuola russa, che aveva già iniziato a sperimentare il computer per le analisi. Fischer era pressoché solo, vincere quel match era impossibile, Vinse, e non si riprese mai più. Molti psicologi hanno detto che Fischer fosse affetto dalla sindrome di Asperger, ma una vita passata a spaccarsi le meningi sull’impossibile potrebbe essere una causa sufficiente a spiegare i problemi emersi nel tempo.
Per capire la difficoltà di questo gioco porto un esempio proprio relativo a Spassky. Viene sospesa una partita e aggiornata alla mattina seguente. I secondi studiano tutta la notte e la mattina comunicano a Spassky le migliori linee di gioco. Spassky si siede alla scacchiera e, invece di muovere facendo la mossa giudicata più forte, si mette a pensare. Ha intuito qualcosa. Dopo 5 minuti gioca una mossa non prevista da nessuno durante la notte di analisi, ed è l’unica che vince (come al solito era una mossa di donna, difficilissime da “vedere”).
Con Karpov e Kasparov si chiuse l’era degli scacchi tradizionali. I due erano molto più forti di tutti gli altri, e il loro match fu eterno. La prima sfida si giocò nel 1984. Dopo 48 partite e cinque mesi di gioco, il match fu fermato dal presidente della FIDE, e rimandato all’anno successivo. Ognuno dei due vinceva a mani basse qualsiasi torneo a cui partecipasse. Ma tra loro era impossibile che qualcuno riuscisse a sopraffare l’altro. Furono gli ultimi due grandi, tutti e due usciti dall’accademia scacchistica russa, che seleziona, ogni anno, i 5 migliori giocatori di dieci anni su tutto il territorio nazionale e li porta a studiare a Mosca.
Ma per mantenere le prestazioni a quei livelli Karpov studiava dalla 4 alle 6 ore al giorno, facendo anche dalle 2 alle 4 ore di sport.
Ma restano “umani”. All’apice della forma Karpov si trovò a giocare una partita con un mio vecchio amico, il maestro Albano, il quale riuscì a pattare giocando una mossa (Dc3 con il bianco contro una siciliana) che aveva visto, per l’appunto, su una rivista russa.
Quindi anche studiare tutti i giorni non permette di abbracciare tutto lo scibile. Il gioco, che è stato dimostrato essere “finito”, è comunque al di là delle possibilità umane.
Dopo Kasparov e Karpov siamo entrati in un lungo periodo di ottimi giocatori, dominato dai computer, con uno studio “mostruoso” delle aperture che è arrivato spesso a prevedere tutta la partita.
Il fascino del gioco è andato scemando, a volte sembrava che venisse premiato il giocatore con la migliore memoria. Mi raccontava Albano che andando in giro per la sala con Karpov costui gli dicesse, scacchiera dopo scacchiera, questa posizione si è verificata nel ’58 tra x e y, etc. Ma oggi la cosa era diversa: si trattava di ricordare le varianti analizzate dai computer, e questo rendeva il gioco asfittico, irreale.
Occorrevano due geni per uscire da questo impasse. Carlsen e Karjakin erano la nostra unica speranza, e questo mondiale lo ha confermato.
Onde evitare match lunghi mesi oggi si gioca una sfida di 12 partite.
Se al termine i giocatori sono a pari punteggio, allora si gioca un Tie Break che si chiude in un sol giorno.
Si inizia con 4 partite rapid, con 25 minuti + 10 secondi a mossa.
In caso di parità si prosegue con 5 sfide blitz di due partite l’una, con tempo di 5 minuti + 3 secondi a mossa.
Se nessuno dei due riuscirà a prevalere si assegna il titolo con una sfida all’ultimo sangue in cui il giocatore che vince il sorteggio sceglie il colore, dopo di ché si prosegue con una partita “vivi o morti” di 5 minuti per il bianco, di 4 minuti per il nero, e con un incremento di 3 secondi dopo la sessantesima mossa, che assegnerà il titolo al vincitore oppure, in caso di patta, al nero.
Oggi, 30 novembre, compleanno di Carlsen, si è giocato il Tie Break. Dopo le prime due rapid Carlsen ha vinto la terza. Nella successiva Karjakin ha scelto un impianto molto rischioso, la siciliana, che sarebbe come fare un giro in più con le gomme lisce in formula uno, o giocare con tre punte a calcio.
Ma nella corta distanza (25 minuti + 10 secondi a mossa per giocatore a partita) Carlsen è ancora più forte, e 50.Qh6 è un capolavoro che rende questa partita e questa sfida immortali.
Bravi tutti e due, giovani e maturi, entrambi del ’90, ci hanno fatto rivivere i momenti più belli della storia di questo splendido gioco, ricordandoci match indimenticabili come Alekhine (il più forte giocatore russo di tutti i tempi – morto mentre si accingeva a difendere il titolo dopo una selezione fatta nel dopoguerra tra i migliori giocatori del tempo) contro Capablanca (cubano, elegantissimo, diplomatico, tombeur de femmes) giocato a Buenos Aires nel ’27, di Lasker (che fu buon amico di Albert Einstein e che giocava a scacchi da studente per mantenersi agli studi) contro Carl Schlechter (morto di stenti a Berlino nel ’18 e che aveva fondato la migliore rivista di scacchi dell’epoca, nota in tutto il mondo) giocato nel 1910, e pochi altri.
Nella foto un momento dell’ultima partita.
Per chi sa giocare a scacchi questa l’ultima partita del match, la sedicesima.
1.e4 c5 2. Nf3 d6 3. d4 cxd4 4. Nxd4 Nf6 5. f3 e5 6. Nb3 Be7 7. c4 a5 8. Be3 a4 9. Nc1 O-O 10. Nc3 Qa5 11. Qd2 Na6 12. Be2 Nc5 13. O-O Bd7 14. Rb1 Rfc8 15. b4 axb3 16. axb3 Qd8 17. Nd3 Ne6 18. Nb4 Bc6 19. Rfd1 h5 20. Bf1 h4 21. Qf2 Nd7 22. g3 Ra3 23. Bh3 Rca8 24. Nc2 R3a6 25. Nb4 Ra5 26. Nc2 b6 27. Rd2 Qc7 28. Rbd1 Bf8 29. gxh4 Nf4 30. Bxf4 exf4 31. Bxd7 Qxd7 32. Nb4 Ra3 33. Nxc6 Qxc6 34. Nb5 Rxb3 35. Nd4 Qxc4 36. Nxb3 Qxb3 37. Qe2 Be7 38. Kg2 Qe6 39. h5 Ra3 40. Rd3 Ra2 41. R3d2 Ra3 42. Rd3 Ra7 43. Rd5 Rc7 44. Qd2 Qf6 45. Rf5 Qh4 46. Rc1 Ra7 47. Qxf4 Ra2+ 48. Kh1 Qf2 49. Rc8+ Kh7 50. Qh6+ 1-0