DI VIRGINIA MURRU
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Sul sostegno di Angela Merkel e delle istituzioni Ue alle riforme promosse dal premier italiano, non ci sono dubbi da tempo, del resto tanti leader europei si sono apertamente schierati per il sì nella consultazione referendaria ormai alle porte.
E sono tutti concordi sulle possibili conseguenze di carattere politico ed economico, qualora fosse il ‘no’ ad avere la meglio. L’ultimo politico tedesco ad esprimere un parere positivo sulle riforme è quello dell’Interno, Thomas De Maizière, il quale afferma convinto:
“Riconosco il coraggio di questo governo nel voler cambiare la Costituzione e la struttura decisionale di questo Paese. Potrà dare all’Italia un futuro migliore. Approvare un simile cambiamento per il futuro è una decisione coraggiosa.”
Quasi un coro unanime in Europa, che non condizionerà comunque le scelte degli italiani, come non è accaduto negli States per le elezioni presidenziali, nonostante tutti i ‘rumori’ della stampa al riguardo.
Doveva essere un referendum da ‘affari nostri’, un dibattito democratico senza seri rivolgimenti di carattere internazionale, al massimo da condividere con i partner dell’Ue, invece ci risiamo: si è movimentato tutto un inconscio collettivo globale, ed è un serpeggiare di timori, di allarmi, d’infauste previsioni, qualora..
Qualora avesse la meglio il ‘no’ all’indomani della consultazione referendaria del prossimo 4 dicembre, eppure non sembrava che il verdetto fosse destinato a diventare un Atlante che misurasse le sue forze e reggesse le sorti degli equilibri geopolitici mondiali. E invece è tutto un tumulto di voci, di previsioni ed azzardi, quasi peggio dell’elezione di Trump, o della durissima battaglia svoltasi nel giugno scorso nel Regno Unito per la brexit.
Ciò che sorprende è che l’Umanità viaggia con le scosse emotive che si trasmettono da un capo all’altro del pianeta, per eventi che in fondo, se osservati con la giusta dose di razionalismo, non dovrebbero scatenare tutte queste ‘fobie’. Gli accadimenti, pure significativi, per l’assetto politico dello stato in cui si svolgono, non dovrebbero intaccare i paesi di confine, o peggio altri continenti, alla stregua di una malattia esantematica. Eppure si ha l’impressione che gli ultimi avvenimenti politici importanti, in special modo i referendum, abbiano portato al seguito affezioni tali da influenzare fortemente gli altri, peggio della scarlattina.
Ma è una coalizione di endorsement a favore del ‘sì’ da parte dell’Ue, della maggioranza dei leader europei, preoccupati per i possibili risvolti derivanti dall’esito delle urne. Ed è in fermento, per ovvie ragioni, soprattutto il mondo delle finanze. La City ‘parla’ attraverso il Financial Times, e i timori si dilatano a dismisura, arrivando a presentire l’uscita dell’Italia dall’Ue, oltre che un tracollo di carattere finanziario. E infatti, tra le varie dichiarazioni in merito, si legge:
“il pericolo è che si rafforzi il sentimento di indignazione anti-establishment, creando un vortice d’instabilità difficile da gestire”. Pochi giorni fa invece, il quotidiano londinese titolava: ‘Fears mount of multiple bank failures, if Renzi loses referendum’ (La paura per il default di diverse banche sale se Renzi perde il referendum).
Pareri e fibrillazione espressi anche dagli analisti di mezzo pianeta, sembrerebbe che il mondo della Finanza sia quello più coinvolto in questa sfida che ha diviso l’Italia in due, come nessun muro avrebbe saputo fare. Non meno esplicito il Wall Street Journal, che ieri titolava: “L’Italia potrebbe essere la prossima fermata nella lunga marcia del populismo globale”. Ed è proprio la deriva populista quella temuta dalla politica moderata in Europa. Rischio più che possibile, e timori altrettanto giustificati.
E’ il mondo economico che subisce, sulla soglia di ogni possibile svolta, l’effetto incantesimo che blocca, limita, crea comunque danni, anche rilevanti.
E del resto come ignorare certe raffiche in un clima in cui domina l’incertezza, quando Piazza Affari da settimane sta presentando il conto di un andamento che si delinea pieno di incognite? Sono fatti che si palpano quotidianamente, sono i numeri sulle contrattazioni e i timori degli investitori ad esprimere concetti che non si possono ignorare.
Certo, sappiamo che i mercati finanziari corrono su lunghezze d’onda emotive, e non sempre hanno ragione dei disastri che causano in questi frangenti; ma in ogni caso presentano una lettura della realtà che non si conforma alle leggi del mercato, e diffidano pertanto dell’instabilità. Non costituiscono un punto fermo nemmeno le rassicurazioni della BCE, che è pronta ad acquisti straordinari di bond, nel caso si presentassero emergenze post referendum.
Nonostante il sostegno delle istituzioni europee al governo italiano sulle riforme, siamo sempre presi di mira per i conti pubblici, con il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem che difende il rigore a tutti i costi, è inflessibile sulle politiche fiscali, e non intende allentare la corda sulle politiche di bilancio. Una severità di cui in questo momento non abbiamo proprio bisogno.
E tuttavia all’Ue, sono praticamente tutti concordi sulla necessità di sostenere l’Italia in un momento particolarmente delicato; Juncker dichiara in proposito:
“Sui migranti è scandaloso il fatto che si voltino le spalle all’Italia nel momento in cui le persone arrivano sulle sue coste”.
Timori anche da parte dell’establishment politico tedesco, la Germania tiene in mano il termometro della politica economica dell’Unione (se si rivoltassero loro sarebbe davvero finita..), e per una lunga serie di ragioni non ci tengono ad avere un’Italia debole. E’ non a caso il ministro delle Finanze tedesche, Schaeuble, a farsi portavoce di queste perplessità sull’esito del referendum, dichiarando: “Se fossi italiano voterei sì per le riforme”.
La Merkel ha espresso il suo sostegno alle riforme portate avanti dal nostro governo, in tutte le lingue ormai. Per non parlare del mondo politico statunitense, a cominciare da Obama, accusato dalla stampa mainstream di destra italiana, di ‘entrare a gamba tesa’ in questo campo aperto, dove conta di più chi colleziona ‘falli’ e annienta a regola d’arte l’avversario.
Un bellissimo articolo pubblicato ieri sul ‘The Guardian’, riportava: “PM has vowed to resign if voters in Sunday’s plebiscite reject his reforms, buti it could have even more far-reaching implications” (Il primo ministro ha promesso di dimettersi qualora gli elettori nella consultazione di domenica si esprimessero contro le riforme, ma potrebbero esserci implicazioni di più vasta portata).
Intanto gli italiani residenti all’estero non vogliono sentire parlare di brogli, sono anzi piuttosto indignati su queste illazioni espresse dal Movimento di Grillo. Eppure avrà una grande incidenza il loro parere sulla questione riforme, dato che il voto dei nostri connazionali rappresenta il 5%.
La realtà più certa in quest’atmosfera di affronti e di sfide, è l’emergere di due blocchi contrapposti, nel quale si sta profilando il nuovo bipolarismo. Il referendum ha reso ancora più nette le contrapposizioni di due linee politiche che in definitiva non sono subalterne: l’urto è molto probabile che derivi dal modo in cui si interpretano le ‘similitudini’, piuttosto che da sostanziali divergenze oggettive.