DI FERNANDO CANCEDDA

FERNANDO CANCEDDA

“Meglio succhiare un osso che un bastone”. Questo gli ricordava la madre da bambino e così ha scelto di fare,  “anche se le riforme proposte non hanno certo la profondità e la chiarezza necessaria”. Turarsi il naso e votare sì al referendum . Se fino a ieri non aveva voluto rendere pubblica questa sua decisione è stato molto probabilmente per non fare al premier e alla sua politica un favore che riteneva non meritassero. Perché dunque lo ha fatto a tre giorni dal voto, quando era chiaro che la notizia, e conseguentemente il sostegno a Renzi, sarebbero risultati tanto più clamorosi?

Romano Prodi avrà certamente messo in conto che nei tg di ieri sera e nei giornali di stamattina quella sua decisione “sofferta” sarebbe apparsa nei titoli di apertura a caratteri cubitali. Se ha dato ugualmente l’annuncio, non credo sia stato per cedere alle pressioni che in tutti questi mesi ha ricevuto dalla stampa. L’ultima, quella del direttore del Quotidiano nazionale Andrea Cangini, era perfino aggressiva: “Continuare a tacere per insofferenza personale non renderebbe onore all’uomo né alla carica istituzionale che ha ricoperto. Mancano cinque giorni, Romano Prodi non è Mario Monti né Ponzio Pilato. Dovrà parlare. Dovrà farlo per amor di Patria e senso del dovere. Lo ha fatto persino Enrico Letta, ben più di lui risentito con Matteo Renzi”.

Non credo neppure che sarebbero state sufficienti le pressioni di quella pattuglia del Partito democratico, capitanata da Dario Franceschini, che a lui aveva fatto riferimento in passato e che, raccontava proprio ieri  Repubblica, si disporrebbe a “fare squadra” col Capo dello Stato per la gestione del dopo referendum. Non è da escludere che qualche sollecitazione a Prodi sia venuta dallo stesso Mattarella o da ambienti del Vaticano o dalla Commissione Europea.  Inviti autorevoli, a cui certamente avrebbe prestato la dovuta attenzione.

Tuttavia penso che abbia pesato soprattutto il fondato timore che con il rafforzamento della prospettiva renziana del partito della nazione (probabile con la vittoria del Sì), ma anche con il ritorno al proporzionale (probabile con la vittoria del No), verrebbero definitivamente archiviati l’Ulivo, il bipolarismo maggioritario, insomma l’intera sua esperienza politica. Cancellata come una parentesi inutile dalla storia italiana. Questo gli avranno detto  ulivisti della prima ora come Arturo Parisi e Pierluigi Castagnetti. Che cosa avrebbe potuto impedirlo se non una sua pubblica iniziativa?

Che Prodi non avrebbe votato no in contrasto con la maggior parte del partito era abbastanza prevedibile, proprio per quella  “storia personale” a cui ha fatto riferimento nella dichiarazione di ieri. E anche, diciamolo, per prendere le distanze da D’Alema, al quale è stata dedicata senza nominarlo la stilettata finale: “C’è chi ha poi strumentalizzato la storia dell’Ulivo, rivendicando a se il disegno che aveva contrastato”.  Tuttavia non ho dubbi che soltanto con la vittoria del No sarebbe possibile far rivivere quel poco che resta della vocazione originale del Pd. Mentre un successo, tanto più se marcato, del Sì non farebbe che accelerare l’involuzione di quello che ormai tutti chiamano il PdR, il partito di Renzi.

Né possiamo trascurare il dubbio, mai completamente dissolto (“non è un segreto” ebbe a dire, smentitissimo, Stefano Fassina) che i renziani fossero tra i 101 grandi elettori che tradirono Prodi nelle elezioni per il Quirinale dell’aprile 2013. Mentre, come sappiamo, il nome del fondatore dell’Ulivo è stato più recentemente nella rosa dei candidati dei Cinquestelle. Ecco perchè, con buona pace di tanti commentatori e dello stesso ex presidente del consiglio, le dure critiche alla riforma avanzate nella sua dichiarazione e la decisa opposizione alla legge elettorale  aiuteranno molti a votare No più che la sua dichiarazione di voto.

D’altra parte, quale alternativa è possibile immaginare al rinnovarsi delle “larghe intese” con Berlusconi o al permanere dell’inciucio con Verdini nell’attuale maggioranza se non l’apertura di un confronto e di un tentativo di mediazione con la sinistra radicale e con il movimento di Grillo? In quale di queste tre prospettive troverebbero più facilmente posto i valori e i programmi più volte proclamati nei documenti dell’Ulivo? Sono queste le domande a cui dovremo cominciare a dare una risposta da lunedì prossimo in poi.