DI MARISA CORAZZOL

MARISA CORAZZOL

C’è un paese che a sei anni dall’insurrezione di piazza Tahrir ha sdoganato le esecuzioni extra-giudiziarie di militanti, giornalisti e dissidenti con il beneplacito di un Occidente pronto a sostenere le rivoluzioni solo quando si concretizzano in rapidi e lucrosi “regime change”.
Un paese con cui l’Italia ha sempre intrattenuto proficui rapporti, da Mubarak ad Al Sisi, dimostrando che la puzza di sangue non sarà mai abbastanza importante da coprire l’odore dei soldi.
Quel Paese è l’Egitto. L’Egitto del “sindacalista” Mohamed Abdallah che ha ammesso di essere un informatore dei servizi segreti aggiungendo con un tono di palese “orgoglio”: «Giulio faceva troppe domande, lo consegnai io agli Interni».
«Ho denunciato e consegnato al ministero degli Interni Giulio Regeni. Ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso».
Con queste parole, Mohamed Abdallah, il capo del sindacato autonomo degli ambulanti, in una dichiarazione resa all’edizione araba dall’Huffington Post, rilanciata da L’Espresso, ha finalmente ammesso di essere non solo un collaboratore dei servizi segreti egiziani, ma di essere stato il “Giuda” che ha venduto ai suoi sicari il nostro Giulio.
Per la prima volta , a quasi un anno dalla morte del Ricercatore italiano, Abdallah ha sostenuto con orgoglio e chiarezza la sua posizione: «Siamo noi che collaboriamo con il ministero degli Interni. Solo loro si occupano di noi ed è automatica la nostra appartenenza a loro».
Mohamed Abdallah ha altresì aggiunto ulteriori dettagli: «Io e Giulio ci siamo incontrati in tutto sei volte. Era un ragazzo straniero che faceva domande strane e stava con gli ambulanti per le strade, interrogandoli su questioni che riguardano la sicurezza nazionale. L’ultima volta che l’ho sentito al telefono è stato il 22 gennaio, ho registrato la chiamata e l’ho spedita agli Interni».
Il sequestro del ricercatore italiano è avvenuto il 25 gennaio 2016, appena tre giorni dopo la segnalazione. Abdallah ha dichiarato anche di trovare «illogico» e strano che uno studente di Cambridge, che conduce una ricerca sui sindacati autonomi egiziani, rivolga domande agli ambulanti sugli stessi sindacati: «È illogico che un ricercatore straniero si occupi dei problemi degli ambulanti se non lo fa il ministero degli Interni. Quando io l’ho segnalato ai servizi di sicurezza, facendo saltare la sua copertura, lo avranno ucciso le persone che lo hanno mandato qua».
Il nome di Abdallah come uomo vicino ai servizi era emerso dal 4 agosto scorso da fonti dell’agenzia Reuters per le quali il capo del sindacato che era al centro delle ricerche del giovane italiano aveva «visitato di frequente uno dei quartier generali» della sicurezza interna . Forse, aggiungevano, non era un vero e proprio collaboratore ma una persona «che ha un mutuo beneficio ad avere un rapporto con gli apparati».
Ma dubbi e sospetti sul ruolo di Abdallah erano emersi già nel mese di marzo, quando un’amica del ricercatore Hoda Kamel, dell’ “Egyptian center for economic and social rights”, in una intervista a Repubblica, aveva parlato di una «vendetta» dell’uomo nei confronti di Regeni e affermato che il sindacato è «infiltrato dai servizi». I tabulati di Abdallah sono stati richiesti e consegnati lo scorso maggio alla magistratura italiana che indaga sull’omicidio.
Negli ultimi due mesi del 2015, in Egitto ci sono stati circa 340 sparizioni forzate. In media, tre persone ogni giorno venivano in quel momento prelevate da membri dei servizi segreti e delle forze dell’ordine egiziane per essere portati in diverse zone del paese dove subiscono torture, stupri e violenze. Il governo, denunciavano a fine anno alcuni attivisti, ha dato carta bianca agli ufficiali per gestire come meglio credono “le minacce alla sicurezza nazionale”, mentre i media locali passavano sotto silenzio i rapimenti di Stato.
Il 25 gennaio Giulio Regeni esce di casa per andare a prendere la metro. Il giovane studente italiano si trova al Cairo per un dottorato e collabora occasionalmente con Il Manifesto. Quella sera scompare, i suoi amici lo cercano senza successo. Parte una campagna per ritrovarlo, vengono interrogate le autorità che, come sempre, dichiarano di non sapere dove si trovino le persone sparite.
Ad una settimana dalla scomparsa di Giulio, l’allora ministro dello Sviluppo economico italiano, Federica Guidi, atterrava al Cairo alla testa di una delegazione di 60 aziende e dei rappresentanti di Sace, Simest e Confindustria per uno di quei numerosi viaggi d’affari travestiti da missioni diplomatiche in cui rappresentanti di governo sono inviati a fare i valletti del grande capitale italiano.
Il Ministro si intrattiene amabilmente con il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi in persona che rivolge un accorato appello ad investire nel paese, vantando la possibilità d’interessanti profitti per le aziende italiane grazie all’apertura di sei nuovi porti lungo il canale di Suez. L’Italia ha scambi con l’Egitto per quattro miliardi di euro. La visita di Guidi serviva a preparare l’atteso vertice inter-governativo tra i due paesi programmato per qualche settimana dopo e durante il quale l’ex presidente del consiglio, Matteo Renzi e il presidente egiziano avrebbero firmato nuovi accordi commerciali per la gioia dei capitani d’industria di entrambe le coste del mediterraneo.
E mentre il Ministro Guidi stringeva mani a notabili e uomini di affari egiziani, la scoperta del corpo di Giulio Regeni. Le autorità egiziane hanno parlato inizialmente di un incidente d’auto ma la realtà si è verificata essere ben altra: Giulio Regeni è morto ammazzato e perdippiù atrocemente torturato dai suoi rapitori.
Nel pomeriggio c’è stata anche la chiamata di rito tra il presidente Renzi e Al Sisi. Condoglianze e le rassicurazioni sull’imparzialità nelle indagini, ovviamente. Ma la Presidenza dei ministri egiziana, forse talmente abituata a certi episodi da evitare con candore ipocrisie che sono d’obbligo alle nostre latitudini, ci ha tenuto a precisare con un comunicato stampa che ci sono anche state reciproche garanzie dell’assoluta necessità di continuare l’integrazione economica tra i due paesi e la coordinazione in materia di sicurezza. La guerra in Libia era alle porte, i contratti erano pronti, non bisognava, quindi “farsi distrarre”.
Ora bisogna battersi per conoscere tutta la verità sulla fine atroce di Giulio Regeni e soprattutto esigere giustizia, perché urge sapere esattamente come, perché e per mano di chi è morto Giulio Regeni.
E che non siano, ancora una volta, gli “affari” ad avere l’ultima parola, allorquando un giovane ricercatore italiano di appena 28 anni, è stato “crocefisso” da un regime sanguinario solo perché “faceva troppe domande”.
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