DI LUCIO GIORDANO

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«Il 19 gennaio su Rai Uno rivivrò con i telespettatori un pezzo fondamentale della mia vita, un momento che l’ha segnata in maniera profonda, totale, dandole un senso pieno. Ed è una cosa che mi rende particolarmente orgoglioso». Franco Di Mare, il popolare conduttore televisivo di Uno Mattina, si riferisce a L’angelo di Sarajevo, la miniserie in due puntate diretta da Enzo Monteleone ed interpretata da Beppe Fiorello, in onda sulla rete ammiraglia della Rai.

Il film Tv è liberamente ispirato al romanzo scritto tre anni fa da Di Mare e intitolato Non chiedere perché, in cui si racconta la storia di un inviato di guerra che nel 1992 si trova in Bosnia per raccontare l’assurda guerra civile nella ex Jugoslavia, cioè come spiega Franco «ad un passo da casa nostra, con persone che mangiano le nostre cose, hanno le nostre abitudini e che magari avevamo conosciuto negli anni 80 andando in vacanza dalle loro parti. Non insomma una guerra lontana ma molto, molto vicina  a noi».

All’epoca, Di Mare si trovava lì per il Tg 2 e Non chiedermi perchè è in realtà la storia vera del giornalista in quei tre anni di Bosnia e dell’incontro con un esserino di dieci mesi che gli ha cambiato la vita. Una storia toccante, che ha commosso molti italiani. Sorride, Di Mare. «Finora Beppe Fiorello aveva interpretato solo delle figure eroiche del passato, io sono l’unico vivente insieme al campione olimpico di judo Pino Maddaloni,  a cui abbia prestato il suo volto espressivo».

Domando: come è nata l’idea di farla diventare una miniserie Tv? 

È stato proprio Beppe a contattarmi. Aveva letto il mio romanzo e gli era piaciuto tantissimo. Mi chiese allora  di acquistare i diritti per farne un film per la tv. Ne fui onorato.

Ha partecipato alla sceneggiatura della miniserie?

In qualche modo si, la mia è stata una supervisione sui dialoghi, pur se in fondo il film tv è solo liberamente ispirato al romanzo. Prima dell’inizio delle riprese ci siamo incontrati spesso. Beppe voleva conoscermi meglio, per provare ad imitare il mio tono di voce davanti le telecamere della Rai. Poi ha visto e rivisto i miei filmati di quel periodo. Voleva rendere il più fedele possibile  il mio personaggio, anche se nel romanzo il protagonista si chiama Marco De Luca. Che poi De Luca è il cognome di mia madre. Un modo per sottolineare che in fondo nemmeno il nome era cosi tanto di fantasia”.

Franco, partiamo dall’inizio.  Viene inviato a Sarajevo. E cosa accade?

Avrei dovuto restare un giorno soltanto, restai con il mio operatore un mese intero. Ogni giorno c’erano cose nuove da capire, da raccontare per immagini. Oltre all’aspetto politico c’erano tante storie private a cui dare voce e che la brutalità della guerra aveva soffocato. Durante uno di questi servizi mi imbattei in una bambina di dieci mesi.  A farmi innamorare di lei furono  gli occhi grandi, vivaci. E il fatto che, entrando nelle camerate dell’orfanotrofio di una Sarajevo appena bombardata , a differenza degli altri non avesse il viso sconvolto. Sorrideva quasi, quell’unica bambina mora in un gruppo di una trentina di piccoli slavi biondi. Sorrideva, mentre gli altri avevano uno sguardo spento, catatonico. Istintivamente dissi al mio operatore di insistere sul suo primo piano, senza sapere però che quell’incontro avrebbe segnato la mia vita, la nostra vita.

Franco Di Mare, ricorda cosi l’incontro con Stella, quella che di lì a poco sarebbe diventata la sua figlia adottiva. Un colpo di fulmine, lo definisce.

«È cosi. Uscito dall’orfanotrofio non facevo altro che pensare al suo sguardo, a quelle manine che avevano cercato le mie. Era stato amore a prima vista. E quando ti innamori di qualcuno sei disposto a tutto.»

Franco tornò lì dentro il giorno dopo. E il giorno dopo ancora.  In lui, poco a poco, balenò l’idea di farsi affidare quella piccola sola al mondo. Furono settimane di anticamera nell’ambasciata italiana a Sarajevo, per ottenere permessi di adozione che non arrivavano. «In quella Bosnia lacerata dalla guerra erano saltati gli schemi del vivere civile. Non si sapeva bene a chi rivolgersi  per ottenere i permessi. Ma io non mi rassegnavo all’idea. Avrei lottato  fino alla fine,  per ottenere il mio scopo. Mi svegliavo all’alba per andare  a trovare la piccola in orfanotrofio, prima di mettermi a lavorare e raccontare per immagini la sporca guerra civile in Bosnia. Stella era diventato un chiodo fisso».  E immensa fu la gioia, quando Franco realizzò finalmente il suo desiderio: ottenere i permessi per l’affidamento. Ricorda ancora con commozione la prima notte insieme alla piccola Stella, Di Mare. «Quelle manine che cercavano le mie: Indimenticabile. Fu in quel preciso istante che realizzai come quella voglia di paternità che mi portavo dentro dalla fine del mio primo matrimonio con Antonia, era diventata insopprimibile».

Via, partire. Lontano dai dolori della guerra, lontano da Sarajevo. Attimi convulsi, che Franco ricorda cosi. «Stella ed io ci unimmo al convoglio che stava per lasciare la Bosnia. Lei attaccata al mio collo, io che la stringevo forte a me e che nella concitazione della ‘fuga’ le sussurravo: dai piccola, ancora poco e ce l’abbiamo fatta. Dai, ancora poche ore». Si, poche ore e poi Italia, finalmente. Una vita da vivere in due e non più da solo. Domando a Franco che ricordi abbia dei primi anni di vita di sua figlia. Aspira profondamente, prima di rispondere, gli occhi si fanno liquidi. Si commuove quasi: «Arrivato in Italia con Stella andai subito dai miei genitori a Napoli. Loro erano felici di incontrarla. Del resto, il giorno in cui mandai in onda il servizio televisivo dei bambini dell’orfanotrofio di Sarajevo, telefonai a mia madre e lei stessa  disse di esser rimasta colpita da quelle immagini: ‘che belli che sono, Franco. Portamene uno, mi piacerebbe potergli dare il calore familiare. Fatto. Mi presentai con Stella e decidemmo che l’avrebbero cresciuta loro. Io, infatti,  in quel periodo giravo il mondo e nei successivi tre anni facevo avanti e indietro con la Bosnia. Insomma: single, impegnato completamente con il mio lavoro, alla ricerca di me stesso. Meglio che ad educarla ci pensasse mia madre che in effetti con Stella rinacque completamente. Con lei aveva trovato una nuova ragione di vita. Eppure già nei primi  mesi capii che Stella avrebbe sempre avuto un papà presente. Quante volte, atterrato a Fiumicino, ho divorato chilometri e chilometri per arrivare il prima possibile a Napoli dalla mia Stella. Quanti treni presi al volo. Anche solo poche ore per stare insieme per me voleva dire molto. Era dare un senso di continuità al nostro legame. Quando decideste di riunirvi? Una decina di anni dopo. Io avevo trovato la donna della mia vita, Alessandra. Stella aveva appena terminato le elementari. Ma il cambio di vita non fu semplice. Per nessuno. Mamma capiva, ma si addolorò a non poter vedere più tutti i giorni la piccola. E anche mia figlia dovette cambiare abitudini, compagnie, città. Ma c’era il suo papà a regalargli la serenità di cui aveva bisogno.»

Parlate mai di quello che avete vissuto in passato?

Raramente. Mia figlia sembra non interessata alla cosa. Spesso sono gli amici ad introdurre l’argomento e allora capita che ne parliamo. Ma con naturalezza. Non ci sono ombre nel suo passato o nella sua psiche, per fortuna.

Le ha mai chiesto di tornare a Sarajevo per rivedere le sue radici?

No, non ne ha mai sentito l’esigenza. Preferisce andare a Londra, a Parigi, a New York dai suoi amici. Sarajevo per lei è una città come un’altra, senza nessun legame affettivo. Se poi un domani volesse ritornare da quelle parti e riaffrontare il suo passato, nessun problema. Io sono disponibile ad accompagnarla e lo farei volentieri per rileggere insieme meglio quella storia tutta nostra .

Lei è ritornato a Sarajevo dopo la guerra?

Si tre anni fa, per documentarmi  su come era cambiata la città in questi ultimi vent’anni. Due settimane in cui ho capito che i bosniaci hanno dimenticato o fatto finta di dimenticare quell’assurda guerra civile. Indispensabile, quel viaggio per raccontare  la mia meravigliosa storia di padre e di inviato di guerra, in Non chiedere perché. Quando decisi di scrivere il libro volevo chiudere i conti con quel passato durato 20 anni, due decenni in giro per il mondo a rischiare la pelle per quella passione che non  riusciva a farmi stare a casa, tranquillo. Volevo anche che mia figlia avesse una testimonianza diretta di quello che era stato il nostro incontro, lei che aveva dieci mesi quando incrociammo il nostro sguardo per la prima volta e che di quei momenti non ricordava niente. Era la mia piccola grande eredità che le avrei lasciato nel caso fossi morto all’improvviso. Lei inizialmente sembrava contraria, poi si convinse e disse: ‘basta che cambi i nomi, non voglio  che la gente mi identifichi con lei, con la protagonista del tuo romanzo: è una questione di pudore, di privacy. Ma dopo aver letto le prime pagine del libro, Stella cambiò idea: “se vuoi puoi anche chiamare la bambina con il mio nome”

Torniamo ad ora: litigate mai?

Si, capita. Ma come capita in tutte le famiglie. Una volta ricordo che si era impuntata perché voleva iniziare un corso di equitazione, ma già ne frequentava uno di danza, un altro di pianoforte. Non esagerare, le dissi alzando la voce. Ma che ricordi è stata una delle poche volte in cui l’abbia fatto. In genere non ce n’è bisogno. Stella è davvero una brava ragazza: non beve, non fuma, non frequenta cattive compagnie ed è sempre stata studiosa, una delle migliori della classe. Insomma, non mi ha mai dato problemi. Magari, fosse stata una figlia naturale, mi avrebbe fatto disperare di più, hai visto mai.

Seguirà le orme paterne?

Non so, deciderà dopo la laurea in economia e commercio. Le mancano ancora quattro esami, ma non penso sceglierà di fare la giornalista .

E lei Franco ha nostalgia dei tempi in cui faceva l’inviato di guerra?

Per vent’anni ho vissuto con la valigia pronto sotto il letto. Quante volte mi telefonavano nel cuore della notte per dirmi di partire immediatamente. Hai il volo tra due ore, è morta lady Diana. E quante volte le trasferte di qualche giorno in Iraq o in Afghanistan si sono trasformati in reportage lunghi settimane. Ma ad un certo punto è arrivato il momento di dire basta. Di ringraziare Dio per avermi salvato la pelle quando tanti miei colleghi come Ilaria Alpi o Maria Grazia Cutuli ce l’hanno rimessa. Lo ringrazio due volte per avermi consentito di diventare padre di Stella. La mia vera ragione di vita. Si, perchè se domani una tegola mi spedisse all’altro mondo, so che grazie a lei, al mio piccolo angelo di Sarajevo, la mia vita avrebbe avuto un senso. Come viene raccontato in L’Angelo di Sarajevo. Il film l’ho già visto, in una visione privata, e non le nascondo di essermi commosso tantissimo. Mi piacerebbe si commuovessero anche i telespettatori, per questa intensa  storia d’amore tra un padre e una figlia adottiva” (di più)

18 GENNAIO 2015

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