DI SIMONA CIPRIANI
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È trascorso quasi un anno dal referendum No Triv del 17 aprile 2016 al quale oltre 15milioni d’italiani risposero si, manifestando la loro chiara volontà a proteggere l’ambiente e sviluppare energia pulita dando un freno alle trivellazioni.
Il quorum necessario alla validità della consultazione non fu raggiunto, rendendo, così, valida la norma inserita nella legge di Stabilità 2016 approvata dal governo Renzi nel dicembre 2015.
La norma riguardava la durata delle concessioni già rilasciate alle trivellazioni per l’estrazione dei combustibili fossili entro le 12miglia e la sua mancata abrogazione permette alle compagnie petrolifere di continuare la trivellazione della zona fino a esaurimento del giacimento.
Nella stessa legge di Stabilità si vietava la concessione di nuove autorizzazioni oltre le 12miglia ma pare che il Mise con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 aprile scorso, voglia cercare di aggirare la norma, spianando la strada alle compagnie petrolifere per ampliare la propria attività di ricerca ed estrazione.
Questo, per lo meno, secondo quanto denunciano i comitati No Triv e le associazioni ambientaliste commentando il decreto che permette alle compagnie petrolifere di modificare il programma di sviluppo presentato al momento della richiesta della concessione.
Il decreto al Capo 3° art.15 dice: “Fermo restando il divieto di conferimento di nuovi titoli minerari nelle aree marine e costiere protette e nelle 12miglia dal perimetro esterno di tali aree e dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale sono consentite, nelle predette aree, le attività da svolgere nell’ambito dei titoli abilitativi già rilasciati, anche apportando modifiche al programma dei lavori originariamente approvato”.
Si permette così, la possibilità di apportare varianti ai progetti presentati, volte a garantire l’esercizio dei lavori e il recupero delle riserve accertate per tutta la durata di vita del giacimento.
Secondo i coordinamenti No Triv ed Enzo Salvatore, il costituzionalista padre dei quesiti referendari, il decreto sarebbe un modo per, come si dice, uscire dalla porta e rientrare dalla finestra che darebbe la possibilità alle compagnie petrolifere di aprire nuovi pozzi aggirando il divieto delle 12miglia.
La legge, in realtà consente solo di continuare a estrarre idrocarburi da pozzi già esistenti o portare a compimento i programmi di sviluppo presentati in fase di concessione, quindi solo piattaforme e pozzi previsti nel progetto presentato originariamente, mentre con questo decreto si dà la possibilità di modificare tali progetti in corso d’opera.
Il pericolo è che tali “modifiche” possano prevedere l’apertura di nuovi pozzi e la costruzione di nuove piattaforme.
Il decreto, oltre alla rivolta dei sostenitori del si al referendum ha provocato reazioni all’interno del parlamento, alcuni deputati hanno presentato un’interrogazione al ministro Calenda che ne chiede il ritiro, oltre alla proposta di una consultazione tra Commissioni parlamentari competenti e Conferenza delle Regioni, al fine di recepire gli “indirizzi del legislatore e degli attori locali”, mentre Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera, ha richiesto la verifica della fondatezza, in punta di diritto, delle interpretazioni del Mise. Stessa cosa al Senato dove il Governo è stato convocato in Commissione per riferire sulla decisione.
Il Ministero Dello Sviluppo economico, in un comunicato ha precisato che il decreto in questione non permetterà la coltivazione di nuovi giacimenti entro le 12miglia, ma si è reso necessario per consentirne lo sfruttamento fino a esaurimento, come previsto dalla legge, apportando interventi di manutenzione e infrastrutture, garantire l’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza e alla tutela dell’ambiente oltre che permettere, al termine dello sfruttamento, la chiusura dei pozzi e la conseguente rimozione delle piattaforme.
Le motivazioni non convincono, però gli ambientalisti che pretendono l’applicazione della legge e ritengono il decreto un escamotage per raggirarla, escludendo il Parlamento e ignorando la volontà di 15milioni di italiani espressa con il referendum dello scorso anno.
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