DI LUCA BILLI
Il fatto che la mia esperienza politica risalga al Pleistocene mi rende assolutamente incapace di comprendere quello che sta succedendo in questi giorni a Genova. Eppure ne ho viste. Ho visto vertici nazionali imporre candidati sindaci, sconosciuti o, se conosciuti, invisi alle realtà locali del partito, ho visto – anche se più raramente – candidati locali imporsi su scelte già maturate nei vertici di partito, ho visto – in qualche caso ho anche contribuito a fomentare e per lo più a sedare – conflitti, anche aspri; talvolta questi scontri, pur svolgendosi con il pretesto di ragioni ideali, erano unicamente legati ad ambizioni personali, a rancori covati per anni, a ragioni tutt’altro che commendevoli. Insomma ho conosciuto anche una politica che non mi piaceva, che non vorrei che tornasse, ma che capivo, mentre quello che succede adesso proprio non lo capisco.
A che titolo un giudice può decidere che il candidato sindaco di un partito sia Tizio piuttosto che Caio? E per quale ragione uno che vuole essere legittimamente candidato, che ha i titoli per diventarlo, una volta che il suo partito sceglie un’altra persona, decide di ricorrere al giudice? Sono pazzi, l’uno e l’altro, perché non può essere un tribunale la sede per scegliere un candidato, altrimenti non si capisce cosa serva e perfino cosa sia la politica. E immagino che domani qualcuno farà ricorso, e poi qualcun altro farà il ricorso del ricorso e così via, in una spirale potenzialmente infinita perché si tenta di aggiustare una cosa rotta con l’attrezzo sbagliato: non riuscirete a svitare un bullone con un cacciavite.
Si tratta ovviamente di un problema che riguarda prima di tutto quella specifica forza politica, che ha delle caratteristiche molto peculiari – un partito che rifiuta perfino di definirsi tale – e le cui regole sono allo stesso tempo molto rigide e molto aleatorie, visto che convivono da un lato sistemi di selezione delle candidature molto normati e dall’altro la facoltà del leader di fare il bello e il cattivo tempo. Ma è qualcosa che dovrebbe interessare tutti, perché evidentemente quello che succede a Genova riguarda la debolezza della politica – di tutta la politica – su uno dei punti fondamentali della sua azione, ossia proprio quello di come selezionare chi deve rappresentarci.
Nelle democrazie moderne tutti noi dovremmo fare politica, dovremmo occuparci della res pubblica, ne abbiamo il tempo e le capacità – per lo più ci manca la voglia – ma questo non confligge con il fatto che ci siano persone a cui chiediamo un impegno maggiore e diverso, persone a cui chiediamo di fare sintesi, che scegliamo ci rappresentino, a cui infine deleghiamo le scelte amministrative delle nostre città e del nostro paese. Ovviamente non si tratta di una delega in bianco, perché dobbiamo vigilare su come queste persone esercitano il mandato che abbiamo loro affidato. Tutto questo una volta avveniva attraverso i partiti politici, che erano gli strumenti di queste funzioni complesse e che io ho forse banalizzato per bisogno di sintesi. Abbiamo rinunciato ai partiti, anzi ci hanno convinto che i partiti sono “cattivi” perché limitano la nostra libertà di fare politica e adesso siamo a questo punto, al fatto che un giudice viene chiamato a risolvere una questione di cui non dovrebbe mai occuparsi.
Peraltro è curioso che in questo tempo di liberismo sfrenato, di dominio incontrastato della libertà individuale, tocchi a uno come me – che sono comunista – difendere una libertà “privata” dall’ingerenza dello stato, perché quella sentenza in sostanza è questo: l’intromissione di un potere estraneo, e tendenzialmente non democratico perché non scelto dai cittadini, in una questione che, pur avendo un interesse pubblico, è essenzialmente privata, perché devono essere i militanti, gli iscritti, gli aderenti – o come volte chiamarli – di quel partito a risolvere una questione del genere. Se non c’erano le condizioni all’interno del partito – come mi pare non ci siano – allora quella persona poteva candidarsi fuori del partito e quindi confrontarsi con il candidato “ufficiale” e i militanti avrebbero scelto l’uno o l’altro. E se avesse vinto il candidato “eretico” allora il vertice del partito avrebbe dovuto trarne le conseguenze. Questa è la politica come si faceva una volta, quella che io capisco. Qui invece si sostituisce la carta bollata alla politica, la sentenza di un giudice alle scelte delle donne e degli uomini che stanno in un partito. O in un non-partito.
Ovviamente a me non interessa chi sarà il candidato di quel partito a Genova, ma voglio difendere l’idea di politica. E dovrebbero difenderla prima di tutto quelli che la politica la fanno, quelli che dicono che la vogliono cambiare. E che facendo così rischiano solo di affossarla sempre di più, di distruggerla, facendo il gioco di chi in questi vent’anni ha distrutto i partiti, ha delegittimato la politica, ha minato le basi della democrazia. La politica merita di più di questo schifo.
Annunci