DI MARCO ERCOLI

Nessuno si interesserebbe molto alla Corea del Nord – un paese piccolo e isolato di circa 24 milioni di abitanti, governato da una singolare dinastia che si autodefinisce comunista – se non fosse per le sue armi nucleari. Il suo attuale capo di stato Kim Jong-un, il nipote trentenne del fondatore e “Grande Leader” della Corea del Nord, minaccia di trasformare Seoul, la ricca capitale della Corea del Sud in un «mare di fuoco». Anche le basi americane in Asia e nel Pacifico sono fra i suoi bersagli. La dinastia dei Kim è al potere nella Corea del Nord dal 1945 quando, dopo la fine dell’occupazione giapponese, la penisola coreana venne occupata a nord dalle truppe sovietiche e a sud dalle truppe americane.
Nel 1945, dopo la caduta dell’impero giapponese che aveva regnato con una certa brutalità in tutta la Corea dal 1910, l’Armata Rossa Sovietica occupò il nord del paese, gli Usa il sud. I sovietici scelsero Kim II-sung, il capo del piccolo Partito Comunista Coreano esule a Mosca, un ignoto comunista coreano preso da una base militare a Vladivostok, come leader della Corea del Nord. Leggende sulla sue imprese eroiche durante la guerra e sul suo stato di “divino” venenro diffuse artatamente, creando così una personalità di culto. La venerazione della famiglia Kim divenne parte della religione di stato. Gli americani elessero invece al potere nel sud nel 1948 Syngman Rhee, fautore dell’indipendenza della Corea dal Giappone. Le due Coree separate da un confine provvisorio situato sul 38° parallelo divennero immediatamente pedine della Guerra Fredda tra USA e URSS e il tentativo di riunirle pacificamente in un’unica nazione naufragò fin dalla fine dell’occupazione giapponese. Il 25 giugno del 1950, Kim Il Sung, dopo aver ricevuto il via libera dal suo principale sponsor e alleato, il leader sovietico Josif Stalin, lanciò un attacco a sorpresa contro la Corea del Sud, difesa da un debole e corrotto esercito nazionale e da un piccolo contingente di truppe americane. In pochi giorni l’esercito popolare nordcoreano dilagò a sud conquistando rapidamente la capitale Seoul e gran parte del territorio della Repubblica sudcoreana, stringendo d’assedio le truppe americane nella città meridionale di Pusan. Nelle 24 ore successive all’attacco nordcoreano, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – grazie alla momentanea assenza del delegato dell’Unione Sovietica che disertava i lavori su decisione del Cremlino in segno di protesta per la mancata ammissione all’ONU della Cina comunista – denunciò ufficialmente la Corea del Nord come aggressore e decretò l’invio in Corea di un contingente internazionale a guida americana, con l’incarico di usare le armi per ripristinare lo status quo.
In poche settimane le truppe di 17 Paesi membri delle Nazioni Unite, sotto il comando del generale Douglas MacArthur, riuscirono a contenere l’offensiva delle truppe nordcoreane e a riprendere non solo il controllo del territorio conquistato dai comunisti ma, superando il 38° parallelo, a occupare Pyongyang spingendosi, nell’autunno del 1950, fino ai confini con la Cina.
Il 27 ottobre del 1950 un’armata di centinaia di migliaia di volontari cinesi attraversò il fiume Yalu, confine naturale tra Cina e Corea, travolgendo il contingente dell’ONU e costringendolo a una disastrosa ritirata che si arrestò soltanto il primo gennaio del 1951, quando grazie al contributo fondamentale dell’aviazione americana, cinesi e nordcoreani vennero fermati sul 38° parallelo. Dopo sei mesi di sanguinosi combattimenti, la situazione nella penisola coreana era ritornata allo status quo ante guerra, ma il conflitto andò avanti fino al 27 luglio del 1953 quando, vista l’impossibilità per tutti i contendenti di conquistare una vittoria decisiva, a Panmunjeom venne firmato un armistizio che dura tuttora. Da allora la Corea è rimasta divisa. Il Sud è stato governato con mano dittatoriale da Syngman Rhee fino al 1960, quando l’anziano padre della patria sudcoreana venne estromesso bruscamente dal potere con un golpe militare e spedito in esilio alle Hawaii dove morì nel 1965, alla soglia dei novant’anni. Il Nord è invece finito sotto la dittatura di una strana “monarchia comunista”, con la dinastia dei Kim saldamente al potere ancora oggi.
La Corea del Nord è, nell’essenza, una teocrazia. Alcuni elementi sono stati presi dallo Stalinismo e dal Maoismo, ma il culto dei Kim deve di più a forme indigene di sciamanismo: divinità umane che promettono salvezza. La dinastia dei Kim si autolegittima attraverso il Juche, l’ideologia ufficiale del regime, che esaspera il concetto di autosufficienza spingendolo fino all’autarchia. Infatti, Kim II-sung e suo figlio, Kim Jong-il, erano tipici leader coreani. Crearono rivalità fra la Cina e l’Unione sovietica, assicurandosi la protezione di entrambe.
E’ indubbio comunque che la Corea del Nord, almeno fino al 1975, ha rappresentato per numerosi paesi del terzo mondo un modello di sviluppo e di decolonizzazione riuscita. Anche i successi nella politica interna erano rilevanti: una riforma agraria radicale e la nazionalizzazione dei mezzi di produzione costruiti dai giapponesi. Inoltre poteva presentarsi come il garante dell’unità coreana in opposizione ai tentativi degli Stati Uniti di costituire un altro Stato al di là del 38° parallelo. Questo fu proprio il periodo in cui molte personalità politiche e intellettuali varcarono la soglia del 38° parallelo per unirsi al Nord e partecipare ad uno sforzo collettivo che mirava, non solo alla liquidazione del colonialismo, ma anche a costruire una società egualitaria, per la prima volta nella storia coreana. Non si deve dimenticare che il primo miracolo economico e sociale fu quello nordcoreano, negli anni ‘50 e ‘60, che vantava un sistema socializzato in materia di educazione, servizi sociali, sanità, alloggi. Nello stesso tempo i sudcoreani ancora negli anni ‘70 avevano un reddito pro-capite pari ai più poveri paesi africani.
La Corea del Nord era membro dei paesi non allineati, mentre il Sud per via dei 40.000 soldati americani che ospitava sul proprio suolo non venne accettata. Paesi come L’Algeria, la Tanzania riconobbero Pyongyang e non Seoul. Insomma il Sud era isolato internazionalmente, mentre il Nord era riconosciuta come la vera patria dei coreani.
Con il 1975 cambiò tutto.
La Cina normalizzò i rapporti con il Giappone e gli Usa. Poi nel 1989 l’Urss “tradì” lasciando al suo destino la Corea del Nord. La Cina, con più accortezza, non abbandonò Pyongyang, ma avviò relazioni diplomatiche anche con Seoul. Cominciò a mancare il supporto dei non allineati. Il mondo abbandonava l’economia di piano e la guerra fredda per partecipare agli utili della globalizzazione. Nel 1987 la Corea del Sud avviava una transizione alla democrazia dopo anni di dittatura e, per merito del rilevante successo economico, riuscì a ottenere il riconoscimento internazionale. La Corea del Nord, per sopravvivere, scese a patti con il Sud firmando un trattato di non aggressione nel 1991. Ma i soldati americani non abbandonarono mai il paese. Il Nord puntava a ben altro. Trattare direttamente con Washington per giungere ad una pace, il ritiro delle truppe americane e la fine delle sanzioni. Ma gli USA non gli accordarono mai questo “privilegio”.
Dall’inizio degli anni ’80 si aprì un decennio di caduta della crescita economica che portò a un circolo vizioso. Priva di moneta convertibile, necessaria per acquistare petrolio, la RPDC, che era il paese più industrializzato dell’Asia Orientale (Giappone escluso), vide le sue fabbriche e le sue macchine agricole lavorare a capacità sempre più ridotta. La situazione peggiorò dopo il 1989, dopo l’abbandono sovietico. Cominciarono carestie dovute anche a sfortunati episodi di maltempo ripetuti nel tempo. Nel 1990 i nuovi dirigenti russi, artefici della svolta, ruppero ogni relazione con i paesi che facevano parte del “sistema economico dei paesi fratelli” consolidato nel tempo, facendo precipitare nel baratro sia l’economia russa che quella degli altri paesi socialisti. Esempio opposto è quello della Cina che, responsabilmente, non solo mantiene tuttora le sue tradizionali relazioni diplomatiche (Corea del Nord, Cuba) ma è presente nel Forum di Bandung (i non allineati) e procede con cautela nella transizione al capitalismo. Oggi si può dire che la Corea del Nord è la principale vittima “dell’isolamento internazionale”, con tutto ciò che comporta: dalla crisi economica, al peggioramento delle relazioni internazionali sino alla corruzione della leadership.
Il patriarca, Kim Il Sung, ha governato con mano di ferro fino alla sua morte avvenuta nel 1994. A succedergli è stato il figlio Kim Jong Il, rimasto in carica fino alla sua morte nel dicembre del 2011, quando il suo posto è stato preso dal suo secondogenito, Kim Jong Un.
Tutta la storia recente della Corea del Nord, un Paese rimasto poverissimo nonostante le sue enormi spese militari, è segnata non solo dal governo dispotico e sanguinario dei Kim, ma anche da una costante aggressività verso l’esterno e, in particolare, contro i vicini sudcoreani spesso attaccati con strumenti militari convenzionali e con l’arma del terrorismo di Stato. Le violazioni del cessate il fuoco per mano nordcoreana dal 1953 a oggi si contano a decine, ma spesso gli agenti segreti di Pyongyang non hanno esitato a ricorrere ad azioni più spregiudicate. Il 9 ottobre del 1983 tre militari nordcoreani (due maggiori e un capitano) misero un potente ordigno esplosivo sotto il palco che doveva accogliere una delegazione sudcoreana guidata dall’allora presidente della Repubblica della Corea del Sud, Chun Doo-hwan, in visita ufficiale nella capitale birmana Rangoon (dal 2005 sostituita da Naypyidaw). Nell’attentato morirono 21 persone, tra cui 4 ministri del governo di Seoul, ma non Chun Doo-hwan. Il 29 novembre 1987 un aereo della Korean Air in volo dagli Emirati Arabi a Bangkok, esplose mentre sorvolava l’Oceano Indiano, provocando la morte di 115 persone. Il disastro venne causato da una bomba messa a bordo dell’aereo da due operativi della polizia segreta nordcoreana, uno dei quali, Kim Hyon Hui, è stato arrestato dalle autorità del Bahrain e poi estradato in Corea del Sud.
2017: arriviamo ai giorni nostri
Non si era ancora spenta l’eco delle polemiche per il lancio nelle acque del Mar del Giappone di un missile balistico nordcoreano lo scorso 11 febbraio, che il regime di Pyongyang è tornato alla ribalta internazionale per l’assassinio di Kim Jong-nam, il fratellastro del supremo leader della Corea del Nord Kim Jong Un. Kim Jong-nam, che viveva in esilio da anni spostandosi di continuo tra diverse città del Sud Est asiatico, è stato assassinato il 13 febbraio all’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur in Malesia da un commando di agenti segreti che lo hanno colpito al volto con una micidiale miscela di gas nervino del tipo “VX”, un composto chimico inserito dalle Nazioni Unite nella lista delle armi di distruzione di massa. Dopo le prime indagini sia le autorità della Malesia che quelle della Corea del Sud hanno formalmente accusato dell’omicidio il presidente della Corea del Nord Kim Jong Un, un personaggio che al pari del nonno, Kim Il Sung, e del padre, Kim Jong Il, governa da despota assoluto l’ultima roccaforte del comunismo stalinista mondiale e non disdegna l’uso dell’omicidio politico e del terrorismo nei confronti dei suoi nemici interni ed esterni. Attentati, omicidi, rapimenti anche per l’ultimo dei Kim continuano a rappresentare “normali strumenti” di lotta politica e insieme alla corsa per il nucleare e al riarmo militare ossessivo da parte del regime di Pyongyang, mantengono in uno stato di tensione permanente non soltanto la penisola coreana ma tutto il Sud Est asiatico, rendendo le minacce che provengono da quest’area una delle priorità più scottanti della nuova amministrazione Trump.
Dopo l’attacco alla Siria, Trump ha ordinato ad un gruppo d’attacco della marina di muoversi verso la penisola coreana, per le crescenti preoccupazioni causate dal programma missilistico della Corea del Nord. Il gruppo d’attacco comprende il vettore classe Nimitz, portaerei USS Carl Vinson, due caccia lanciamissili e un incrociatore lanciamissili. Il gruppo – guidato dalla donna ammiraglio Nora Tyson – ha anche la capacità di intercettare missili balistici. L’Alto Comando del Pacifico USA ha descritto l’impiego delle navi militari – che si stanno dirigendo verso il Pacifico occidentale – come misura prudenziale per mantenere la prontezza d’intervento nella regione. Trump ha detto che gli Stati Uniti sono pronti ad agire da soli per affrontare la minaccia nucleare da parte della Corea del Nord. “La minaccia numero uno nella regione continua ad essere la Corea del Nord, grazie al suo programma sconsiderato, irresponsabile e destabilizzante di test missilistici ed il perseguimento di avere una capacità di armi nucleari”, ha detto il portavoce del Comando del Pacifico Dave Benham.
Ci sono state indiscrezioni dalla Corea del Nord sulla possibilità di testare un missile intercontinentale, anche se è vietato da varie risoluzioni delle Nazioni Unite (restrizioni che la Corea ha costantemente ignorato). Mercoledì scorso, ha lanciato un missile dal suo porto orientale Sinpo nel Mar del Giappone. Questo test è avvenuto un mese dopo che quattro missili balistici sono stati lanciati verso il Mar del Giappone, test che hanno provocato una reazione furiosa da parte del Giappone. Il più recente test – condannato da Giappone e Corea del Sud – è giunto alla vigilia della visita del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti per incontrare il presidente Trump. I due leader hanno discusso come tenere a freno i programmi nucleari e missilistici della Corea del Nord, su come gli Stati Uniti siano obbligati a fare pressione sulla Cina, alleato storico di Pyongyang, per contribuire a ridurre la tensione. La Cina, tuttavia, è stata riluttante ad isolare il suo vicino e alleato, temendo che il suo collasso potrebbe generare una crisi dei rifugiati e portare i militari degli Stati Uniti alle sue porte di casa. La Cina è stata a lungo alleato e partner commerciale della Corea del Nord, ma il rapporto è diventato ultimamente sempre più teso per il rifiuto di Pyongyang di fermare i test nucleari e missilistici.
Trump ha detto in una recente intervista che Washington è pronta ad agire anche senza la cooperazione di Pechino: “Se la Cina non ha alcuna intenzione di risolvere il problema della Corea del Nord, lo faremo NOI.”

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