DI MARCO ERCOLI

30 anni fa, era l’11 aprile del 1987 quando Primo Levi venne trovato morto alla base della tromba delle scale della propria casa di Torino, in corso re Umberto 75, a seguito di una caduta: rimane ancora oggi il dubbio se la caduta, che ne provocò la morte, fosse dovuta a cause accidentali o se sia stato un suicidio. Questa ipotesi apparve avvalorata dalla difficile situazione personale di Levi, che si era fatto carico della madre e della suocera malate. Inoltre il pensiero ed il ricordo del lager avrebbero continuato a tormentare Primo Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli sarebbe stato in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz. Il suicidio di Levi rimane comunque un’ipotesi contestata da molti, poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l’intenzione di uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l’immediato.
Il 22 febbraio 1944, Levi ed altri 650 ebrei, donne e uomini, vennero stipati su un treno merci (oltre 50 persone in ogni vagone) e destinati al campo di sterminio di Auschwitz in Polonia. Levi fu qui registrato (con il numero 174.517) e subito condotto al campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschwitz III, dove rimase fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa, avvenuta il 27 gennaio 1945. Fu uno dei venti sopravvissuti dei 650 ebrei italiani arrivati con lui al campo. Di rilevante importanza per la sopravvivenza fu l’incontro con Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, il quale, esponendosi a un grande rischio personale, gli fece avere regolarmente del cibo. In un secondo momento, verso la fine del 1944, venne esaminato da una commissione di selezione, incaricata di reclutare chimici per la Buna, una fabbrica per la produzione di gomma sintetica di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben. Insieme ad altri due prigionieri (entrambi poi deceduti durante la marcia di evacuazione) ottenne un posto presso il laboratorio della Buna, dove svolse mansioni meno faticose ed ebbe la possibilità di contrabbandare materiale con il quale effettuare transazioni per ottenere cibo. Nel far ciò si avvalse della collaborazione di un altro prigioniero a cui era molto legato, Alberto Dalla Volta, anch’egli italiano. Infine, nel gennaio del 1945, immediatamente prima della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa, si ammalò di scarlattina e venne ricoverato nel Ka-be, “infermeria del campo”, scampando così fortunosamente alla marcia di evacuazione da Auschwitz, nella quale sarebbe morto Alberto. Il viaggio di ritorno in Italia, narrato nel romanzo La tregua, sarà lungo e travagliato. Si protrarrà fino ad ottobre, attraverso Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, Germania ed Austria.
L’esperienza nel campo di concentramento lo sconvolse profondamente, fisicamente e psicologicamente. Giunto a Torino, si riprese fisicamente e riallacciò i contatti con i familiari e gli amici superstiti dell’olocausto. Mosso dalla prorompente necessità di testimoniare l’incubo vissuto nel lager, si gettò febbrilmente nella scrittura di un romanzo che fosse testimonianza della sua esperienza ad Auschwitz e che verrà intitolato Se questo è un uomo. In questo periodo conobbe Lucia Morpurgo che diventò sua moglie. Levi ebbe poi ad affermare che questo incontro sarebbe stato fondamentale per la stesura di ‘Se questo è un uomo’. Nel 1947 terminò il manoscritto, ma molti editori, tra cui Einaudi, lo rifiutarono. Venne pubblicato da un piccolo editore, De Silva. Nonostante la buona accoglienza della critica, inclusa una recensione favorevole di Italo Calvino su l’Unità, incontrò uno scarso successo di vendita. Nel 1956, ad una mostra sulla deportazione a Torino, incontrò uno straordinario riscontro di pubblico. Riprese così fiducia nei propri mezzi espressivi. Partecipò a numerosi incontri pubblici, soprattutto nelle scuole, e ripropose ‘Se questo è un uomo’ ad Einaudi, che decise di pubblicarlo. Questa nuova edizione incontrò un successo immediato.
Incoraggiato dal successo internazionale, nel 1962, quattordici anni dopo la stesura di ‘Se questo è un uomo’, incominciò a lavorare a un nuovo romanzo sul viaggio di ritorno da Auschwitz. Questo romanzo fu intitolato ‘La tregua’ e vinse la prima edizione del Premio Campiello nel 1963.
Nel 1982 raccontò in ‘Se non ora, quando?’ le avventure di un gruppo di partigiani ebrei di origini polacche e russe, che tendevano imboscate ai tedeschi sul fronte orientale e giunsero ad attraversare i territori del Reich sconfitto, sino a Milano, da dove alcuni prenderanno poi la via della Palestina per partecipare alla costruzione dello Stato di Israele.
Nel saggio ‘I sommersi e i salvati’ del 1986 tornò per l’ultima volta sul tema dell’Olocausto chiedendosi perché le persone si fossero comportate in quel modo ad Auschwitz e perché alcuni siano sopravvissuti e altri no. In particolare cercava una risposta al perchè alcuni ebrei si erano prestati a lavorare per i tedeschi, controllando gli altri prigionieri nei campi di concentramento.
‘A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.’
Advertisements