DI ENRICO ROSSI

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“Volem acollir”. Con queste semplici parole due mesi fa centinaia di migliaia di persone si sono radunate a Barcellona per dire basta ai muri e alla xenofobia. Una manifestazione plurale e spontanea. Una grande boccata d’ossigeno per la civiltà europea. Una sfida democratica e popolare al nazionalismo e alle destre.

 La Spagna, come molti altri paesi della UE, ha accolto meno migranti rispetto agli impegni presi nel 2015. Un migliaio a fronte dei 16 mila previsti, ma la disponibilità all’accoglienza delle persone è ben più ampia di quella stimata dal calcolo miope di alcune élites, interessate solo a incassare il più largo consenso col minimo sforzo. Per questo, il messaggio che viene da Barcellona intreccia profondamente i temi della sovranità e della rappresentanza popolare. Anche in Italia siamo pronti a raccogliere questa sfida. Siamo certi che il bisogno di sicurezza espresso da tanti cittadini è soprattutto un bisogno di protezione sociale. Per questo le forze democratiche e tutto il centro sinistra hanno il dovere di dire la verità e non inseguire la destra sul suo terreno, assecondando un’irresponsabile criminalizzazione dei poveri e degli stranieri. Lo ha detto con parole chiare Papa Francesco, indicando una grave responsabilità dell’Europa nella passiva accettazione della diffusa indifferenza e ostilità verso le “vite di scarto”. Domani davanti a Montecitorio ci sarà un’importante manifestazione delle associazioni contrarie al decreto Minniti-Orlando, un protesta giusta e da ascoltare.

 Il decreto del governo rappresenta un cedimento alla cultura della destra senza riuscire a risolvere i problemi. Non solo esso rischia di costruire – come dice il senatore Manconi – una giustizia etnica riservata ai richiedenti asilo (che peraltro potrebbe trovare temporanea giustificazione solo nel sovraccarico della macchina giudiziaria) ma con la riproposizione dei CIE sotto altro nome (CPR: Centri permanenti per il rimpatrio) alimenta l’illusione che la soluzione al problema possa essere trovata aggirando il nodo dell’integrazione. Anche come Regione Toscana abbiamo da subito sollevato il problema della condizione di coloro che verranno messi in stato di detenzione presso queste strutture. Il decreto Minniti-Orlando non specifica infatti che queste strutture ospiteranno migranti che hanno commesso reato o che in modo comprovato abbiano sostenuto attività terroristiche di tipo religioso, e lascia aperta la possibilità per chiunque si trovi senza carta di soggiorno d’essere ridotto in stato di detenzione. Per questa ragione fondamentale le perplessità sul decreto sono intatte.

È bene infatti sgombrare il campo da equivoci e falsi argomenti. Il nostro Paese ha bisogno dell’immigrazione quanto i migranti della nostra accoglienza. Secondo le conclusioni dell’ultimo rapporto del Censis senza immigrati saremmo sull’orlo del crac demografico, con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno. Nel 2015 (fonte Istat) se escludessimo il contributo degli immigrati, il saldo demografico sarebbe negativo per 230 mila unità. Gli immigrati sostengono il nostro welfare, il nostro sistema pensionistico e interi settori dell’economia, a cominciare dall’agricoltura. Non rubano il lavoro agli italiani, né – se regolari – spingono al ribasso i salari, come per esempio ha messo in evidenza, solo una settimana fa, Alessandro Barbera sull’edizione cartacea de La Stampa mettendo in fila i dati previdenziali.

Ma non solo per convenienza noi vogliamo accogliere. Nella condizione di chi emigra da guerre, povertà e disastri climatici riconosciamo noi stessi e il destino dell’uomo. Per questo dobbiamo lottare per un mondo di pace e benessere.

A partire da coloro, centinaia di migliaia di giovani, che si sentono italiani, ma giuridicamente ancora non lo sono. L’Italia oggi nega la pienezza dei diritti a un milione di ragazzi che nascono nei nostri ospedali, crescono e studiano assieme ai nostri figli. Questo Parlamento non è stato ancora in grado di portare a termine l’approvazione di una forma temperata di ius soli. Assieme a una vera lotta alla povertà e all’abolizione delle forme più striscianti di sfruttamento e precariato l’approvazione dello ius soli è in cima agli impegni che chiediamo al governo e a Gentiloni.

Sul fronte del diritto di asilo alla retorica sulle “vacanze pagate” occorre rispondere con proposte concrete su come i migranti e i richiedenti possono essere utili alla comunità: con lavori socialmente utili, nel volontariato e attraverso l’apprendimento della lingua.

È il tempo di una svolta anche nel sistema di governo dell’accoglienza, che fino ad ora non ha favorito il protagonismo degli enti locali e dei cittadini. Basta calare tutto dall’alto attraverso il Ministero dell’Interno e le Prefetture! Basta con l’indulgenza verso quei Comuni che si rifiutano di accogliere! Nel 2016 sono sbarcati in Italia 181.283 migranti. È un numero molto grande, che crea un clima di emergenza continua, ma che non deve impedirci di gestire il fenomeno in maniera razionale ed efficace.

L’accoglienza è una questione umanitaria che la nostra Carta pone tra i principi fondamentali della Repubblica. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”, recita l’articolo 10.

Ma l’accoglienza e il rispetto dei diritti di chi è perseguitato è solo un capitolo di una strategia più complessiva che coinvolge la politica estera. L’instabilità e la conflittualità che attraversano tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente vanno urgentemente risolte e va sviluppata una politica estera europea comune assai più adeguata dell’attuale. Con intese con i paesi di provenienza e programmi di cooperazione internazionale che consentano di contenere e limitare i flussi entro dimensioni gestibili. Solo la dimensione europea può essere quella adatta ad una soluzione organica dell’emergenza. Il fenomeno invece resterà e segnerà l’intera nostra epoca. Quando i governi sono inermi o, peggio ancora, complici, tocca ai popoli prendere l’iniziativa.

Bisogna chiedere e ottenere il superamento del sistema di Dublino per la gestione dei richiedenti asilo. Pretendere una politica comune europea per i rifugiati. Finora questo non è stato fatto. Non è stata data attuazione nemmeno al programma di ripartizione volontaria di 160.000 profughi, approvato nel 2015 dai Paesi membri, in piena emergenza umanitaria.

Per l’incapacità di costruire una soluzione al problema abbiamo ceduto ai ricatti di Erdogan, che ha chiesto 6 miliardi di euro per trattenere i quasi tre milioni di profughi siriani presenti sul suo territorio. Tutto questo chiudendo gli occhi sui diritti umani sistematicamente ignorati in Turchia.

Ora dobbiamo prestare la massima attenzione a come ci muoviamo in Libia, prima di risvegliarci bruscamente e scoprire che invece di una soluzione per frenare i flussi abbiamo contribuito ad aumentare la presenza di armi in territori già ora particolarmente instabili e dove non c’è nessuna garanzia sul rispetto dei diritti umani.

Esiste infine un altro enorme problema da risolvere, legato alla presenza in Italia di 435.000 irregolari, le cui richieste d’asilo sono scadute o in procinto di esserlo. Questi “invisibili” sono il principale bacino di manodopera per la criminalità organizzata, per il lavoro nero e per l’estremismo religioso. La prima cosa da fare è renderli visibili. Per questo occorre superare la Bossi-Fini e abolire il reato di clandestinità. È stato un errore del precedente governo non aver voluto procedere all’eliminazione di questo reato che si è rivelato inutile e dannoso.

Tra le soluzioni concrete, da adottare subito in Italia c’è la proposta di legge di iniziativa popolare presentata da Emma Bonino e dai radicali italiani. Essa prevede la possibilità di un permesso di soggiorno per comprovata integrazione e di un permesso temporaneo per la ricerca di lavoro. Questo permetterebbe, tramite l’intermediazione di soggetti pubblici e privati e attraverso il potenziamento delle politiche attive e dei centri per l’impiego, di far risiedere in Italia per 12 mesi – tornando poi nel proprio Paese in caso di mancata assunzione – centinaia di migliaia di persone. Ci sembra una proposta utile per favorire l’emersione dei migranti illegali e per contrastare il caporalato stagionale. Naturalmente, tutto questo non basta.

Dobbiamo occuparci degli italiani senza lavoro, dei nostri figli disoccupati, di chi non ce la fa con le proprie forze e si sente abbandonato dallo Stato. È necessaria una corposa azione sul fronte della nostra questione sociale. Senza una politica di forti investimenti pubblici, senza una massiccia creazione di nuovi lavori, una misura universale contro la povertà, l’aumento delle pensioni minime e misure specifiche contro la disoccupazione giovanile e di lungo periodo, non saremo in grado di promuovere una vera integrazione. Per queste ragioni siamo pronti a far sentire la nostra voce, convinti che questione europea, questione sociale e emergenza umanitaria sono i temi cruciali della lotta politica, per ricostruire nel nostro paese un nuovo sentimento popolare di partecipazione e di difesa della democrazia e dell’Europa unita.

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