DI MARIA PIA DE NOIA

Primo giorno romano dopo lungo weekend di “astrazione” a Perugia, immersa nel Festival Internazionale del Giornalismo.
Che sarebbero stati 3 giorni diversi piacevolmente caotici lo sapevo, avendo avuto la fortuna di seguire il Festival per lavoro praticamente dalla sua nascita. Ci sono ritornata finalmente da mera spettatrice con un bilancio che va oltre le aspettative.La prima sensazione è di aver preso una “boccata d’aria”. Di quelle che fanno bene all’anima e al fisico.Si sono combinate tante cose: una città bella a misura d’uomo, un sole meraviglioso, una casa ospitale, piacevoli passeggiate.
Fuori programma e fuori classifica l’incontro con tanti amici “virtuali” che finalmente hanno avuto un volto o che ho rivisto con piacere dopo tanto tempo: Rita, Piero, Dino, Davide, Alessandro, Dino. Chiacchiere e abbracci che ti fanno realizzare come questo mezzo, così pieno di limiti, sia poi di fatto un moltiplicatore di relazioni, un incubatore di umanità.E c’era il Festival Internazionale del Giornalismo, appunto.
Ragione del viaggio e ossigeno purissimo in quel composto d’aria.
Una di quelle rare occasioni che ti fanno pensare che anche in questo scapestrato paese possiamo farcela. Manifestazione da salvaguardare come patrimonio della nazione.Straordinaria la partecipazione del pubblico, con lunghe file per incontri così diversi, da Lercio a Travaglio, da Saviano a Gazebo.
Impressionante la presenza dei giovani, tantissimi, motivati, curiosi, attenti.
Tanti gli stranieri, presenza non affatto scontata: parola dei commercianti che benedicono il Festival per la sua capacità di dare vita e indotto alla città.Tutto all’insegna della contaminazione.
Di lingue, esperienze, generi, temi, visioni.
Tutto realizzato nello spirito di condivisione.C’è una immagine che sintetizza tutto il Festival: la lunga interminabile fila per partecipare al doppio appuntamento dedicato a Giulio Regeni. Dal portale di ingresso della Sala dei Notari fino al lato opposto della piazza, poi lungo il Duomo e anche oltre.
Quelle persone in fila non restituiranno ai genitori Giulio né probabilmente serviranno a garantire giustizia (o forse no).
Però quella fila numerosa e composta sta a significare che la comunità civile c’è, è sensibile, attenta, vuole sapere, testimoniare, abbracciare. Che non tutto è perduto, possiamo farcela.E allora non sembri orpello retorico pensare a questo come al Festival della Speranza. Una boccata d’aria che infonde speranza.E no, non è un caso che sopra tutti ci fosse una bellissima Luna.
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