DI NANDO DALLA CHIESA
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E’ innamorata di un giudice che non c’è più da tempo. Il suo nome era Antonino Caponnetto. Fiero e coraggioso anche se parlava con un filo di voce, fu salutato da una grande folla a Firenze una domenica pomeriggio d’inverno del 2002. Era diventato famoso andando volontario a Palermo nel 1983, dopo che la mafia aveva fatto saltare con un’autobomba il capo dell’ufficio istruzione Rocco Chinnici, condannato a morte per essersi avvicinato troppo ai potentissimi cugini Salvo di Salemi, finanziatori della corrente andreottiana in Sicilia. Arrivato nell’isola, Caponnetto organizzò e diresse il celebre pool antimafia concepito proprio da Rocco Chinnici. E quando ebbe finito il suo mandato in magistratura, e conosciuto il dolore disperato per la morte dei due figli putativi (“Giovanni e Paolo” li chiamava), girò per le scuole d’Italia come un apostolo civile.
Ecco, Maria Grimaldi, una colta signora di Castellamare di Stabia, ha fatto della memoria di Caponnetto la ragione della sua vita pubblica. Una dedizione pensata, razionale, non una mania. Lo conobbe e sostenne, più giovane di diversi decenni, nei brevissimi anni della comune militanza nella Rete, movimento antimafia entrato in parlamento nel 1992. Su di lui ha curato nel 2010 un libro intitolato “Io non tacerò”, sottotitolo “La lunga battaglia per la giustizia”. Autore in copertina, il giudice. Perché nelle 280 pagine si trovano gli articoli, le interviste, i discorsi pubblici da lui tenuti e che meglio ne rendono la tempra morale e la qualità professionale. Maria ci ha messo un anno, anzi di più. Si è andata a cercare quel tesoro prezioso con amore e pazienza certosina mettendosi su ogni traccia possibile. Ecco la lezione sulla legalità fatta agli studenti di Vigevano riuniti al palazzetto dello sport nel ’94. Ecco l’intervento a Brindisi nel ’97 in mezzo a una platea di insegnanti, su “Quale didattica dell’antimafia”. Ecco ancora il suo incontro sulla giustizia con gli studenti delle superiori di Crema, era il marzo del ’98. O i messaggi inviati a riunioni e convegni negli ultimi mesi, quelli in cui il suo fisico stava cedendo, dopo essere stato assistito in centinaia di trasferte dalla moglie Bettina. Maria ha rintracciato tutto setacciando testimonianze dirette, frugando in rete, e alla fine ha fatto il suo omaggio al giudice. Restituendolo a chi l’aveva conosciuto e mettendone l’eredità morale a disposizione dei più giovani.
Poi ha iniziato il secondo tempo della sua riconoscenza. E’ andata ovunque a presentare l’antologia amata, a raccontare la storia dell’autore, il suo impegno contro la mafia, ma anche per la pace e per la difesa della Costituzione (non lo si sa, ma il fronte del “No” ha attinto spesso a lui in occasione del referendum di dicembre…). Ha girato soprattutto la Toscana, la terra elettiva del magistrato, città e paesi senza sosta, fino a oggi. Spesso in compagnia di Massimo Caponnetto, il figlio. Per rispondere poi pazientemente da Castellammare a chi chiedeva consigli per tesine di maturità o tesi di laurea o indicazioni sulle letture più utili, ogni volta chiamandolo “il Giudice”. Senza nome e cognome, ma come fosse l’unico, o comunque il simbolo di un ideale collettivo; e con la “G” rigorosamente maiuscola, come le imponeva la propria deferenza.
Non ci si è arricchita di certo, non ne ha tratto un mestiere, e nemmeno ha meritato l’invito a seminari specialistici. Conoscitrice profonda dei classici, studiosa della letteratura e del teatro napoletano, da cui ogni tanto sa cogliere perle abbandonate, è stata meno brava a inserirsi nei circuiti intellettuali. Quando oggi ricevo sue notizie o trovo in rete i frammenti di letteratura, da Brel a Eduardo, con cui ricorda nei momenti più impensati il valore o i valori del Giudice, penso che a Caponnetto, la cui vita non si rivelò una festa di società, è stato riservato questo regalo. Una donna che fu tanto più giovane di lui, e con cui non vi fu occasione di frequentarsi molto, che ne custodisce gratuitamente e generosamente la memoria. E lo studia, e lo fa studiare da altri senza stancarsi Ma penso anche, e qui un po’ di mistero indubbiamente c’è, al regalo che Caponnetto ha fatto a lei. Darle una ragione di vita pubblica dopo la perdita di un amico carissimo e nel disfacimento senza fine della politica, lei che la politica l’ha nel sangue. Lasciarle ciò che alla fine più conta per potere credere in qualcosa: un grande esempio. Non di un eroe ucciso, ma di un uomo a rischio che ha insegnato a tanti ad amare la vita a testa alta.

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