DI MARCO ERCOLI

L’International Consortium of Investigative Journalists – di cui fa parte anche il settimanale L’Espresso – si aggiudica uno dei 21 Pulitzer 2017 appena assegnati, per il colossale lavoro fatto sui Panama Papers. Dissezionarono le carte dello studio Mossack Fonseca, che l’anno scorso svelarono i movimenti di denaro transitato o depositato nei paradisi fiscali da vip di tutto il mondo compresi 800 italiani, da Luca Cordero di Montezemolo a Carlo Verdone. 11 milioni di file che una gola profonda informatica passò inizialmente al Suddeutsche Zeitung e che poi furono appunto suddivisi fra i 400 giornalisti appartenenti a 100 giornali di 80 diversi paesi che appunto per l’Italia videro lavorare in pool alcuni giornalisti de L’Espresso.
La Columbia University ha annunciato i nomi del più ambito riconoscimento giornalistico americano, quel premio creato nel 1917 dal magnate della stampa Joseph Pulitzer e gestito dalla Columbia University, assegnato da una commissione di 18 persone a 21 diverse categorie, non solo giornalistiche, ma che includendo anche fotografia, teatro, letteratura e musica.
Il premio Pulitzer per il giornalismo del 2017 è andato a David Fahrenthold, il giornalista del Washington Post autore dell’inchiesta sulle fondazioni benefiche di Donald Trump.
Ad essere stati premiati con il Pulitzer quest’anno ci sono anche:
una serie di articoli sugli abusi della Polizia di New York nello sfrattare minoranze etniche dalle case popolari della grande mela realizzato dal tabloid New York Daily e dalla piattaforma di giornalismo investigativo ProPubblica;
l’indagine condotta dal The Charleston Gazette-Mail della West Virginia sul grande ritorno del consumo di eroina in America;
al New York Times sono andati i riconoscimenti per tre categorie: fotografia (al fotografo Daniel Barehulak per le sue tragiche immagini degli spacciatori filippini giustiziati dagli squadroni della morte). E poi ‘breaking news’, e approfondimenti. Ma il quotidiano newyorchese è stato protagonista di una piccola gaffe: 30 minuti prima dell’annuncio ufficiale, già pubblicizzava un Facebook live con i suoi tre premiati.
Il sistema PANAMA PAPERS
“L’Espresso”, in esclusiva per l’Italia, ebbe accesso diretto alla banca dati panamense e fu in grado di rivelare una lista di nomi italiani legati a società offshore che erano create o gestite dallo studio Mossack Fonseca.
Le sorprese furono molte. L’elenco comprendeva l’attore Carlo Verdone e una star della tv come Barbara D’Urso . C’era Luca Cordero di Montezemolo. Montezemolo risultò beneficiario economico di una società offshore che nel 2007 aveva aperto un conto svizzero. Lo studio legale di Panama aveva curato alcune transazioni riservate per conto dello stilista Valentino Garavani e del suo socio Giancarlo Giammetti . Nelle carte affiorò anche il nome di una società che portava ad un vecchio affare di Silvio Berlusconi: l’acquisto, a prezzi gonfiati, di diritti televisivi dalle major hollywoodiane. Acquisti che costarono al patron di Fininvest una condanna a quattro anni di reclusione. Tra i file dell’archivio venne infatti citata anche l’American Film Company (AFC), una offshore registrata nel ’92 alle British Virgin Islands (BVI) e presieduta da Rosemarie Flax. L’anno dopo la Principal Network, una delle società più riservate della galassia berlusconiana, comprò proprio dalla AFC i diritti di due film: “Shadow Hunter” e “Amityville 1992”. Da notare che la AFC ebbe anche rapporti con dirigenti della Fininvest come Silvia Cavanna, di Rete Italia, e Luciana Paluzzi-Salomon, di “Silvio Berlusconi communications”. Cinque anni dopo la AFC non servì più e il 4 dicembre 2008 fu cancellata dal registro delle Isole Vergini Britanniche.
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