DI ALBERTO TAROZZI
Salta il cambio fisso tra Euro e Corona della Repubblica Ceka. Non è proprio una exit, perché la Cekia una propria moneta ancora la possedeva, ma è chiaro che il fronte Euro anziché consolidarsi, si sgretola.
Esultano al bar sport i geni incompresi dell’economia italiana “Anche noi! Anche noi!”.
Ma questo sganciamento è la conseguenza di qualcosa di analogo alla travagliata esistenza della nostra finanza in seno all’Euro? A dire il vero non potrebbero esistere problemi più distanti tra di loro. Ma questo non significa che il segnale sia poco inquietante.
Procediamo con ordine.
Come spiega Vito Lops sul Sole 24, “ci sono Paesi che condividono la moneta (come i 19 che hanno l’euro) e Paesi che, pur conservando una propria valuta e un’autonomia monetaria con tanto di banca centrale, negli ultimi anni si sono comunque agganciati all’euro fissando un ombrello (o un peg come lo chiamano gli economisti) oltre il quale la propria valuta non può muoversi. Tra questi la recente cronistoria monetaria ne conta tre, la Svizzera, la Repubblica Ceca e la Danimarca.
Se l’euro è un sistema a cambio rigido, il peg è un sistema semi-rigido, un po’ come era lo Sme, il serpentone monetario europeo crollato nel 1992. Uscire dall’euro è una procedura finora inesplorata e in ogni caso complessa (non prevista dai trattati) mentre interrompere un peg è un battito d’ali”.
Come mai allora la Repubblica Ceca ha deciso volare?
Innanzitutto, la situazione è opposta a quella che motiva gli euroscettici nostrani: la corona infatti, se lasciata fluttuare nel libero mercato, si mostrerebbe più forte del cambio ufficiale con l’euro (1 euro per 27 corone).
Per mantenere inalterato il cambio Praga aveva dovuto, in passato, acquistare moneta estera indebolendo le proprie riserve.
Viceversa, non appena proclamato lo sganciamento, la corona si è apprezzata e anche lo spread coi Bund si sta riducendo. Secondo un sondaggio condotto da Bloomberg entro fine anno ci si potrebbe attestare su di un apprezzamento superiore al 3 per cento annuo, raggiungendo il cambio 1 a 26.
In cosa consiste la novità, rispetto agli anni in cui la Banca centrale ceca aveva introdotto il cambio fisso, a evitare che un eccessivo rialzo della propria moneta inasprisse la deflazione?
Nel corso del tempo, il mantenimento di un tasso elevato ha comportato costi elevati: in quattro anni l’istituto centrale ha acquistato 47,8 miliardi di euro per mantenere il cambio euro/koruna a 27. Solo che la cosa conveniva fintanto che, pur penalizzando le esportazioni, serviva a calmierare la deflazione.
Ora la musica è cambiata e l’inflazione si è attestata al 2,6%, su livelli che oltrepassano quindi quel 2% che viene considerato ottimale. E per frenare l’inflazione, per una moneta forte, niente di meglio che lasciare che la corona, fluttuando, si rivaluti rispetto all’Euro in misura finora non consentita. E pazienza se le esportazioni potranno risultarne un po’ ostacolate.
Stesso film si era verificato nel 2015 con la Svizzera, che aveva così visto rialzarsi il suo tasso di scambio del 17%.
Stessa cosa, a breve, potrebbe verificarsi con la Danimarca.
Tutti casi in cui lo sganciamento sarebbe in funzione anti inflattiva e comporterebbe qualche flessione delle esportazioni. L’opposto di quanto avverrebbe per noi, qualora uscissimo dall’Euro, tanto per essere chiari.
Particolare inquietante: se lo spettro di una mini inflazione turbasse i sogni della finanza tedesca, sarebbe immaginabile una strategia di uscita dall’Euro della Germania, le cui conseguenze diventerebbero ben più rilevanti di un battito d’ali.
In breve, mentre si parla di Europa a due o tre velocità, le vie di uscita delle singole economie sono forse 27.
Conciliarle appare sempre di più un puzzle di enorme difficoltà.
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