DI ALESSANDRO GILIOLI

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La Tesla – azienda di automobili hi tech nata nel 2003 – con i suoi  30 mila dipendenti ha superato per valore di Borsa la General Motors, fondata nel 1908, che di dipendenti ne ha 215 mila: più di sette volte tanto.
Più le aziende sono innovative, tecnologiche, 4.0 eccetera eccetera, più ci sono soldi e meno ci sono addetti.
Se poi paragoniamo le aziende puramente digitali con quelle manifatturiere, il rapporto è ancora più impressionante e trascende anche il valore borsistico: ad esempio, Alphabet (cioè Google) nel 2016 ha registrato un risultato ante oneri finanziari di 90 miliardi di dollari con 70 mila dipendenti; Fiat Chrysler di 6 miliardi con 225 mila dipendenti.
Quando ero ragazzo, mio padre – di cultura liblab – mi spiegava che il capitalismo funziona in quanto crea lavoro, quindi redditi. L’imprenditore ha un’idea, quell’idea diventa azienda, quell’azienda crea posti di lavoro, quindi salari per tutti, quindi consumi, che consentono alle aziende di fare altri profitti etc. E in un capitalismo sano erano poi i rapporti di forza sociali, politici e sindacali a creare un equilibrio nel destino degli utili: quanto all’imprenditore come suo personale guadagno, quanto al reinvestimento nell’azienda perché in futuro si facessero ancora più utili, quanto redistribuito direttamente ai lavoratori attraverso i salari, quanto indirettamente a tutta la società e al welfare attraverso le tasse.
Una questione di equilibrio, insomma. Fragile, flessibile, ma capace di creare benessere diffuso finché stava in piedi.
In questo meccanismo tuttavia si è rotto qualcosa: l’equilibrio, appunto.
E a romperlo è stato un mix di fattori. Primo tra tutti la tecnologia, certo. Che però ha creato una spirale: riducendo i posti, ha favorito il dumping (più gente che cerca lavoro, a qualsiasi condizione), il che a sua volta si è tradotto in rapporti di lavoro sempre più precari, privati di diritti e sottopagati. E ieri anche il New York Times si è accorto della barbarie dei lavoretti a cottimo della gig economy, tipo Uber e Foodora, aziende hi-tech basate su algoritmi che di dipendenti proprio cercano di non averne, i lavoratori che ne ingrassano gli utili sono tutti “contractors” a chiamata.
Una spirale, si diceva, in cui la politica non è intervenuta, se non per facilitare questo percorso, cioè creando strumenti legislativi che rendessero sempre più flessibile (e lasco) il rapporto tra capitale e lavoro.
Paradossalmente, la politica ha agito in questo modo (in Italia, attraverso tutta la parabola che è andata dal pacchetto Treu al Jobs Act) sostenendo che questa facilitazione, questo allentamento, avrebbe creato più posti di lavoro. Quello che è successo invece è che questo processo ha contribuito a rompere sempre di più l’equilibrio del capitalismo precedente, cioè una redistribuzione decente e quindi stabile dei profitti, attraverso i salari.
Adesso in Italia si sta discutendo di come sostituire i voucher, che erano un altro piccolo tassello degli strumenti con cui la politica ha assecondato la rottura del vecchio equilibrio. Si parla di “job on call”, lavoro a chiamata, e vedremo che cosa ci sarà dentro.
Ma la questione trascende i voucher, il job on call, le somministrazioni, i rapporti intermittenti e via elencando le ormai infinite forme di contrattualizzazione esistenti in Italia e in Europa.
La questione riguarda tutto l’equilibrio tra capitale e lavoro. Che è durato diversi decenni ma poi si è rotto.
E rompendosi, nell’indifferenza o con la complicità della politica, ha creato la peggiore crisi esistenziale e di prospettiva per milioni e milioni di persone. Le quali, alle urne, talvolta finiscono per votare qualsiasi cosa sia “contro”, anche le peggiori tipo Trump.
Non so, io a occhio direi che è questo il principale tema su cui dovrebbero cercare soluzioni ogni mattina tutti i politici.
Ma proprio il primo, tutte le mattine.
Anche se mi rendo conto che il sole di Roma, a primavera, invoglia più alla beata autoperpetuazione – finché dura – che non ad affrontare una questione così immensa, vitale e potenzialmente esiziale.

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