DI ALBERTO TAROZZI
Si rincorrono le notizie sul destino di Assad, dopo il raid Usa e i proclami di Trump contro di lui.
Lasciamo perdere in questa sede e non perché sia poco rilevante, la guerra dei comunicati.
Assad che accusa gli Usa di aver colpito un deposito di armi chimiche dei ribelli (come se dicesse, “visto che può capitare a tutti?”), la Russia che avanza dubbi ricordando analogie con l’attacco di Bush all’Irak, basato su prove che si rivelarono false, il contrattacco Usa che preannuncia rivelazioni a difesa delle proprie tesi.
Quale conclusione trarne, questo è il problema? Se e in che modo Assad verrà deposto, marginalizzato o fatto fuori.
Gli scenari di guerra paiono dominare. A battere il tamburo è Trump in persona, che non passa giorno a ripetere che Assad va abbattuto.
Ma è veramente il colore più o meno paonazzo della faccia feroce di Trump il termometro migliore a misurare la temperatura politico-militare nella zona?.
Per la cronaca, non pare che le ultime mosse Usa in politica estera potessero essere previste in base a quanto detto da Trump negli ultimi mesi: avvicinamento alla Russia? mai peggio di così; ai ferri corti con la Cina? beh non è che il tema “Corea del nord” veda Donald e Xi Li Ping filarsela d’amore e d’accordo, ma è anche vero che sulla disputa Usa/Russia sulla Siria, in sede Onu, la Cina si è prudentemente astenuta; affossare la Nato? detto in un momento di distrazione, l’importante è che tutti paghino le spese, ma di rottamazione non se ne parla.
Inoltre, guardiamo al presente. Vi sembra che nella vicenda siriana Trump abbia corrisposto a quell’immagine di debuttante allo sbaraglio (leggi pazzo furioso) che aveva dato di sé finora? Bombardamento ben preparato mediaticamente; effetti chirurgici cinici e calcolati alla perfezione, da mordi e fuggi.
Delle due l’una, o è improvvisamente rinsavito oppure vuol dire che, al di là delle apparenze, Donald ha lasciato la regia nelle mani dell’establishment di sempre.
Non che la cosa possa tranquillizzare più di quel tanto, ma significa che le mosse degli Usa, in politica estera, sono un po’ più prevedibili di qualche mese fa.
Quale previsione? di certo la politica estera Usa sta spingendo sull’acceleratore. Tillerson, come Trump, non vuole essere assimilato alla linea morbida di Obama, ma il principio di realtà non può essere considerato carta straccia se è vero che la scadenza dei colloqui di Mosca con Lavrov è stata rispettata e che Tillerson non se ne è andato sbattendo la porta.
Per il momento pare invece che gli Usa la superbomba l’abbiano invece scagliata contro l’Isis, in Afghanistan.
Cosa ci dovrebbe suggerire allora, il principio di realtà?
Punto 1. la guerra l’hanno vinta i russi: adesso puoi minimizzare i danni, ma non puoi ignorare la sconfitta dei tuoi alleati, anche se i sauditi scalpitano e la stessa Turchia, se non vuoi che si allei a Mosca, pretende che tra Iran e Washington ci siano i rapporti del cane col gatto.
Punto 2. vuoi vedere che dopo le catastrofi di Irak e Libia, qualcuno a Washington un pensierino al futuro ce lo fa?
Sì perché una Siria divisa in tre non offre grandi garanzie per le generazioni future: gli Alawiti sulla costa, ma coi russi accanto; i ribelli un po’ dappertutto, ma col rischio di essere egemonizzati dall’Isis; i kurdi che dopo quello che hanno passato qualche rivendicazione (armi in pugno) la possono pure esprimere.
Comunque oggi, in primo luogo, è la sopravvivenza politica di Assad a essere posta in discussione.
A quale prezzo? in politica tutto ha un prezzo e tutto è possibile.
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