DI- STEFANO ALGERINI
Tra due giorni iniziano i playoff della Nba, ovvero tutto ciò che tutte le leghe di qualsiasi sport di qualunque angolo del mondo vorrebbero arrivare ad essere ma non riusciranno mai a fare. Non c’è Champions League che tenga di fronte alla gioiosa (almeno questa…) macchina da guerra a stelle e strisce. Lo sport più globale che c’è con i migliori interpreti possibili, in cui la componente “internazionale”, cioè di giocatori venuti da fuori degli Stati Uniti, diventa ogni anno più corposa. Si può chiedere di meglio per costruire il più grande business sportivo sulla faccia della terra? No, ed infatti i numeri sono al di là dell’immaginabile.
In tutto questo ben di Dio però anche quest’anno noi non ci saremo. I due piccoli indiani tricolori sopravvissuti nel circo Nba (non che se ne siano avuti molti di più, al massimo sono stati quattro) Danilo Gallinari e Marco Belinelli, non ce l’hanno fatta ad arrivare al Barnum finale (per restare in tema circense). Ma non è stata colpa loro, sia Denver che Charlotte erano due squadre mediocri e già in partenza le speranze di arrivare ai playoff erano appese a un filo. Tra i due forse leggermente migliore la stagione di Belinelli che si è costruito un solido ruolo da sesto-settimo uomo di lusso. Meno brillante invece per lunghi tratti quella del Gallo, il quale nel corso dell’estate dovrà decidere “cosa da fare da grande”: firmando con una squadra che possa garantirgli visibilità ai massimi livelli, lasciando il nido di Denver dove sicuramente sta tranquillo e coccolato, ma dove è altrettanto certo che le ambizioni possono essere assai limitate.
In realtà un italiano in questi playoff c’è e pure importante: è Ettore (o “Ettorrre”, come si ostinano a chiamarlo gli annunciatori americani) Messina, l’allenatore della nostra nazionale. E’ il primo assistente di “sua santità” Greg Popovich a San Antonio. Ruolo ambitissimo che si guarda bene dal mollare nonostante le continue voci di un approdo su una panchina Nba come capo allenatore. Ed in effetti essere il primo “aspirante al soglio” di una delle poltrone più ambite, e mitiche, della lega è motivo più che valido per restare ancora nell’ombra. Messina che, assieme ai due reduci di cui sopra, dovrà provare a rivitalizzare il nostro povero basket ai Campionati Europei di settembre dopo la batosta leggendaria del preolimpico torinese della scorsa estate. Sarà l’ultima occasione per un gruppo di giocatori che sembrava il più forte di sempre ed invece per ora ha raccolto soltanto delusioni.
Lasciando il nostro orticello e tornando alla “serra gigante” Nba c’è da dire che è stata una regular season dove mediamente si è giocato abbastanza male: grandi “sparatorie” da tre punti e gioco interno praticamente azzerato, i centri classici sono ormai in via di estinzione e molto spesso le difese sono state semplici ipotesi. C’è stata un’orgia di triple doppie come mai si era vista in precedenza, dato però drogato dall’alieno Russel Westbrook che ha dissolto ogni record in proposito. Giocatore fenomenale e una specie di uomo bionico a livello fisico, però nemmeno uno come lui può vincere le partite da solo (almeno non tutte) e quindi i suoi Oklahoma City Thunder restano solo una sorpresa ad ovest. Ovest dove anche quest’anno dovrebbero arrivare in fondo i Golden State Warriors di Stef Curry e compagnia cantante. Compagnia nella quale è entrato anche Kevin Durant, il cui inserimento però è stato meno semplice del previsto, e infatti il meglio la squadra lo ha dato in sua assenza per infortunio, ritrovando le vecchie armonie. Ora Durant è rientrato giusto giusto per i playoff e questo, anche se può sembrare paradossale, potrebbe essere proprio il problema maggiore per la squadra della baia di San Francisco.
Unico avversario di livello sembrano i già citati San Antonio Spurs, i quali a livello di alchimie tattiche e di varietà di quintetti restano ancora i più forti. Molto sotto tutte le altre, compresi gli Houston Rockets del “barba” James Harden e della nostra vecchia conoscenza Mike D’Antoni: il loro gioco “seven seconds or less” (cioè tirare alla prima occasione possibile sostanzialmente) è troppo legato alle lune dei tiratori per poter essere vincente in serie di playoff in cui la palla pesa come una pietra. Se dovessimo estrarre una possibile sorpresa dalle otto in corsa ad ovest punteremmo piuttosto sugli Utah Jazz, squadra con molto meno talento di tanti (forse di tutti) ma unica a proporre una difesa come Dio comanda, ancorata intorno al “totem” francese Rudy Gobert.
Ad Est invece tutto sembrava pronto per una facile passerella d’onore dei campioni in carica, i Cleveland Cavaliers, verso la finale. Usiamo il verbo all’imperfetto perché nell’ultimo mese la banda di Lebron James ha cominciato a perdere colpi, difendendo in maniera indecorosa buttando manciate di partite, e riuscendo nell’incredibile impresa di perdere la prima testa di serie a favore dei Boston Celtics. La maggioranza degli osservatori, compreso chi scrive, pensa che poi al momento di fare sul serio i Cavaliers riusciranno a stringere un paio di viti e porteranno il risultato a casa. Però è certo che adesso gli avversari arriveranno ad affrontarli con un po’ meno complessi di inferiorità addosso, e quindi non tutto è già scritto. Certo a parte i Celtics le altre non è che siano delle armate invincibili, anzi. Anche qui dovendo scegliere una possibile sorpresa ci orienteremmo sui Milwaukee Bucks di Giannīs Antetokounmpo, “the greek freak”, giocatore assolutamente incredibile per capacità fisiche e con margini di miglioramento del tutto inesplorati.
Ad ogni modo, vada come vada, quello che è certo è che come sempre ci sarà da divertirsi ogni giorno (notte per noi) nel lungo cammino verso le finals di giugno. Un crescendo rossiniano verso le sfide decisive. Con tanti saluti alla nostra serie A (ed anche a molti altri campionati europei di calcio a dire la verità) e alla sua classifica decisa a metà stagione. Ma d’altra parte se loro navigano nell’oro e non conoscono crisi qualche motivo ci sarà. O no?
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