DI GIULIO CAVALLI
GIULIO CAVALLI
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Ha insistito per vederlo il proiettile. Per settimane ci aveva convissuto con quel grumo di pelle che s’era fatta dura sotto la sua spalla sinistra e Tavon Tanner (poco più di dieci anni portati con il coraggio di un centenario) dopo l’operazione sperava di poterlo tenere in mano, guardarlo dritto, magari chiedere a lui come possa succedere che a Chicago si finisca sparati mentre si gioca in mezzo alla strada e poi ci si rimetta un anno per provare a rimettere insieme tutti i pezzi e tornare a fare una vita normale.
Tavon Tanner l’8 agosto del 2016 stava giocando con la sorella gemella e il fratellino più piccolo quando uno sparo gli ha bucato reni, milza e polmoni. La madre, Mellanie Washington, aveva il terrore che gli succedesse e si raccomandava ogni minuto di stare lontano dalle situazioni pericolose: nel quartiere di Lowndale il 70% degli uomini tra i 18 e i 45 anni hanno precedenti penali e le armi sono un’abitudine. A Chicago, nel solo 2016, si sono contati oltre 700 omicidi: numeri di guerra anche se c’è una città tutto intorno.
Per questo la madre di Tavon, in quel mese di ospedale passato tra le preghiere che andasse tutto liscio e la consolazione dei pianti del figlio, ha pensato che questa storia andasse fotografata, scritta, raccontata a più gente possibile. Quando ci si ritrova in tasca un dolore che si percepisce come profondamente ingiusto lo si vorrebbe urlare nelle orecchie a tutto il resto del mondo. Perché non accada mai più, almeno. Lei in testa ha solo l’addome gonfio del figlio mentre lo caricavano in barella e il suo viso rigato dal sangue. Non avrebbe mai creduto di farcela a rimettere insieme tutti quei cocci.
L’operazione e l’estrazione del proiettile sono solo una delle tappe sul percorso della ripresa: sotto la camicia Tavon ha trenta punti metallici, le placche della gamba sinistra pungono se saltella per un gioco qualsiasi. “Ma lui, Tavon, è cambiato – racconta la madre nel reportage del Chicago Tribune – si arrabbia già facilmente, parla lentamente e si spaventa per poco”. Quel proiettile è stata una cannonata in faccia a una famiglia intera: “ma io – dice la mamma – non voglio che cresca arrabbiato”.
Ora l’operazione è passata. Tavon è anche tornato a scuola. Non segue tutte le lezioni ma piano piano tornerà alunno come tutti gli altri. E il dolore della madre intanto è diventato un racconto che sta facendo il giro del mondo e si è meritato un premio Pulitzer per il reportage fotografico di E. Jason Wambsgan che ne ha seguito le giornate in ospedale, i rancori, le paure e le lacrime. E forse davvero quel proiettile riuscirà a fermarne altri.
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