DI SILVIA GARAMBOIS
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L’evento a Pasquetta nella Capitanata. Dove due anni fa Paola Clemente è morta di fatica; dove lo scorso inverno tre braccianti sono rimasti vittime di un incendio doloso; dove spesso non c’è un tetto degno di questo nome e una legge degna di questo Paese
In marcia contro la schiavitù. In marcia nella Capitanata dove Paola Clemente è morta di fatica nell’estate di due anni fa mentre lavorava all’acinellatura dell’uva: solo poche settimane fa, a fine febbraio, sono state arrestate sei persone, accusate non per la sua morte – su questo sono ancora al lavoro i periti che devono stabilire il nesso tra il decesso e il superlavoro – ma per il suo sfruttamento e per quello di altre 600 donne. La Capitanata, dove lo scorso inverno sono morti tre braccianti nei ghetti, avvolti dalle fiamme di un incendio doloso. Terre del foggiano dove troppo spesso non c’è un tetto degno di questa nome e una legge che sia degna di questo Paese.
La marcia, il 17 aprile prossimo, è stata fortemente voluta da un gruppo di scrittori e giornalisti che si occupano di mafie e di migranti e che hanno coinvolto decine e decine di associazioni, reti del volontariato, sindacati, ma anche amministrazioni comunali, medici, magistrati, semplici cittadini di tutta Italia: partirà da borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, per arrivare fino al cosiddetto “ghetto dei bulgari”, dove diversi lavoratori stranieri hanno perduto la vita per le condizioni di lavoro estreme che vengono imposte.
Con questa iniziativa gli organizzatori chiedono tra l’altro una Procura nazionale anti-caporalato, una legge che consenta di creare anche in agricoltura cooperative di produzione lavoro; un sistema di accoglienza diffuso nei centri urbani che coinvolga direttamente le comunità; meccanismi che permettano alle vittime di sfruttamento di avere accesso rapido a indennizzi, risarcimenti e retribuzioni arretrate; misure che rendano estremamente trasparente la filiera produttiva, a partire da un’etichettatura che tracci i singoli fornitori.
Non può diventare un’abitudine, che non indigna più, scoprire che in Italia ci sono nuovi schiavi. Non possiamo smettere di indignarci di fronte alle notizie di migranti trattati come bestie. Di donne vessate, molestate, violate nei ghetti del lavoro stagionale.
E tante sono anche le donne italiane, come Paola Clemente: sono stati proprio i diari delle braccianti italiane che lavoravano insieme a lei, gli appunti annotati sui calendari delle loro case, a rivelare che il nuovo caporalato passava da un’agenzia interinale dove venivano reclutate, sfruttate e sottopagate oltre 600 donne pugliesi. Un’agenzia per i caporali.
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