DI LUCA BILLI
Sarà che la storia di quel cadavere che a un certo punto esce dal sepolcro per noi atei è davvero troppo, ma per me la ricorrenza di domenica è qualcosa di lontanissimo, una festa che lascio a chi crede.
Però il venerdì – che chi crede chiama santo – è un’altra cosa. La storia degli ultimi giorni di quell’uomo morto in croce – una morte volutamente infame – la storia di quel processo sommario dall’esito scontato, la storia di quel tradimento dai motivi oscuri, in qualche modo riguarda noi tutti, anche noi che non crediamo che quell’uomo sia il figlio di dio, anzi dio stesso.
Quante volte la folla ha scelto Barabba, quante volte Pilato ha rinunciato a fare la cosa giusta, pur di difendere il regime di cui era un ingranaggio, quante volte Caifa ha pronunciato la sua arringa per difendere i propri privilegi contro chi avrebbe voluto sovvertire l’ordine costituito, quante volte i collaborazionisti hanno sacrificato qualcuno del loro popolo per ingraziarsi i padroni, quante volte Giuda ha tradito e quante volte Simone ha giurato di non conoscere quel condannato, di cui pure era stato seguace. Gesù sbaglia quando lancia il suo ultimo grido dalla croce: sapevano benissimo quello che facevano. E quante madri hanno pianto per il figlio ucciso, quante Maddalene hanno urlato di fronte al cadavere dell’uomo che amavano, strappato loro da un potere arrogante e violento. E quante donne hanno sfidato l’ordine costituito solo per pulire il sangue dal viso di colui che stava per raggiungere il patibolo. In questa storia – come spesso nella vita – le donne fanno miglior figura degli uomini. E gli ignoranti di quelli che hanno studiato. E i poveri di quelli che hanno molte ricchezze. La storia di quel morto in croce ci parla ancora, indipendentemente dal fatto che dopo tre giorni sia risorto. E ci interroga.
Io sono uno di quelli che pensa che quella croce non dovrebbe stare nelle scuole, nelle aule di tribunale, negli edifici pubblici, perché quella croce è diventata molto presto un simbolo di potere, perché in nome di quella croce sono stati commessi crimini terribili. Io ho combattuto e combatto contro quel potere, che si fa forte di quella croce, perché troppi preti sono come Caifa. Però quella storia di ingiustizia rimane per tutti noi un monito, forse soprattutto per noi che abbiamo l’ambizione – o forse la follia – di voler eliminare l’ingiustizia da questo mondo, visto che non speriamo in un altro mondo dopo questo. E allora questo venerdì di passione è anche un po’ nostro, e a quella croce ci rivolgiamo anche noi, con rabbia e con spirito di ribellione. E lottiamo perché nessuno muoia più in croce. Se non ci proveremo, nessuno potrà perdonarci: sappiamo quello che non abbiamo fatto.
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