DI ALBERTO FORCHIELLI
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Danni enormi e nessun beneficio
L’assurdità di una guerra commerciale tra USA e Cina
Wang Wen è un professore della Renmin University of China – per la precisione del Chongyang Institute for Financial Studies – e sulle pagine del Financial Times ha recentemente soppesato il proposito di Trump di mettere in moto la battaglia protezionistica nei confronti della Cina più volte annunciata e anche cavallo di battaglia della campagna che lo ha portato trionfalmente alla Casa Bianca.
La sua analisi parte dallo scorso decennio ed esattamente dal libro di Sara Bongiorni, A Year Without “Made in China”: One Family’s True Life Adventure in the Global Economy, Wiley 2008, dove l’autrice, una madre italo-americana, ha raccontato un curioso esperimento. La sua famiglia per un anno intero ha cercato nei limiti del possibile di fare a meno di prodotti Made in China, con tutti i comprensibili disagi e problemi del caso; per esempio, l’impossibilità di trovare una candela non fatta in Cina per il compleanno del marito; fino all’ammutinamento del figlio Wes, combattivo quattrenne, in favore del suo giocattolo preferito, ovviamente in arrivo dalla Cina con furore. Per un messaggio conclusivo del saggio-cronaca che risulta piuttosto scontato: una famiglia contemporanea non può privarsi di prodotti cinesi.
Poi la Bongiorni, a un decennio di distanza, ha rinunciato al sequel perché l’impresa era senza speranza. Difatti oggi, rispetto a dieci anni fa, beni e servizi cinesi negli USA sono aumentati rispettivamente del 98 e del 132%, con il commercio bilaterale che nel 2016 ha registrato la cifra record di 519 miliardi di dollari.
A fronte di uno scenario simile – con giacca e cravatta dello stesso presidente, la linea di scarpe della figlia Ivanka e il merchandising della campagna presidenziale che provengono in toto da fabbriche del Celeste Impero – è immaginabile, come più volte ha esternato Trump, lanciare una guerra commerciale alla Cina con l’obiettivo di aumentare l’occupazione negli Stati Uniti?
A occhio e croce la risposta è la stessa che troviamo nelle conclusioni del libro di Sara Bongiorni, anzi… Le statistiche 2015 della US BEA (Bureau of Economic Analysis) indicano che l’export americano in Cina è ad alto valore aggiunto (che vuol dire profitti notevoli), generando 216 miliardi di dollari, ossia l’1,2% del PIL statunitense (con relativi posti di lavoro creati e mantenuti). Contemporaneamente la Cina ha investito una montagna di soldi in America, avendo in “saccoccia” 1.000 miliardi di dollari in titoli del Tesoro USA, qualcosa come il 5,5% dell’emissione totale di T-bond.
Mentre la quota cinese di import di beni di consumo – al netto di alimentari e auto – negli USA vale 233,8 miliardi di dollari, che secondo l’Oxford Economics vale un risparmio per ogni famiglia americana di 850 dollari all’anno. Ed eventuali sanzioni economiche americane su tali prodotti avrebbero quindi la conseguenza di danneggiare gli stessi consumatori americani.
Perciò con una guerra commerciale tra i due colossi della globalizzazione, la Cina potrebbe soffrire nel breve termine, ma nel lungo periodo, attraverso il suo alto potenziale di crescita e sviluppo, sono gli Stati Uniti che subirebbero i danni maggiori. Com’è testimoniato anche dall’esperienza del blocco USA sulle esportazioni di chip verso la Cina. La logica conseguenza cinese è stata quella di svilupparli in modo indipendente, con la conquista di importanti quote di mercato mondiale proprio a danno degli USA.
A prescindere dalla retorica populista al grido di “Make America Great Again” il dubbio amletico tra economia aperta o protezionismo forzato non si pone nemmeno. Anche perché Trump fa il furbo quando dice che il problema della disoccupazione in America è figlia della delocalizzazione e dell’invasione di prodotti cinesi. La disoccupazione, in realtà, è soprattutto generata dal progresso tecnologico, dall’intelligenza artificiale all’automatizzazione industriale.
Detto questo, Wang Wen propone la soluzione opposta. Non difendersi ma attaccare!
Sono ben 132 milioni i cinesi con più di 10mila dollari di reddito annuo. Nel 2030, la previsione è che arriveranno a 480 milioni (dati EIU Economist Intelligence Unit). In soldoni rappresentano un enorme mercato in rapida crescita proprio per i prodotti hi-tech Made in USA. Quindi la mossa vincente degli USA dovrebbe essere quella di incrementare l’export in Cina abolendo le attuali restrizioni alle esportazioni di alta tecnologia.
Così, populismo per populismo, si potrebbe cavalcare ugualmente l’idea dell’“America First”. Ecco, me lo vedo già Trump che grida: “Conquistiamo il mercato cinese con i prodotti americani!”
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