DI BARBARA PAVAROTTI
Sette casi solo negli ultimi 15 giorni. E sono soltanto quelli noti, sfociati in una denuncia alle forze dell’ordine.
31 marzo, Bologna: 14 anni, originaria del Bangladesh, viene rasata a zero dalla madre perché si rifiutava di portare il velo e non era una brava musulmana. La sorella sedicenne difende la famiglia: la mamma l’ha rasata perché aveva i capelli tagliati male e i pidocchi. Versione ritenuta non credibile.
5 aprile, Pavia: 14 anni, di origine marocchina, viene frustata dal padre perché voleva vestire all’occidentale. I genitori: “aveva comportamenti inappropriati, rientrava tardi, non voleva andare a scuola, si vestiva in modo eccessivo”. Il racconto della ragazzina: “Mi dicevano: non sei come noi, se muori è meglio”. La madre incoraggiava gli uomini di casa a picchiare la figlia anche con manici di scopa.
8 aprile, Torino: 15 anni, di origine egiziana, è promessa sposa a uno sconosciuto molto più grande. Lei tenta il suicidio tagliandosi le vene dei polsi e telefona al Servizio emergenza infanzia. Alla polizia dice: “Se mi obbligano a sposare quello mi ammazzo”. La madre l’aveva minacciata di non mandarla più a scuola: “Tanto non ti serve, è il marito che deve badare a te. Andrai in Egitto da tua suocera”.
9 aprile, Sant’Anastasia (Napoli): 28 anni, marocchina, non vuole indossare il burqa. Il marito di 51 anni la prende a calci e a pugni, la rinchiude in bagno per impedirle di chiamare i soccorsi. Lei riesce a scappare, per strada crolla a terra, la soccorrono i vicini.
9 aprile, Bassano del Grappa: 15 anni, va a scuola piena di lividi. E’ stato il padre, africano residente da molti anni nel vicentino, a ridurla così: la vede uscire senza il velo e la massacra di botte. Poi glielo fa rindossare e la manda a scuola.
11 aprile, Siena: 13 anni, di origine kosovare. Il padre la picchia perché si rifiuta di mettere il velo, di leggere il Corano e di imparare l’arabo. A scuola le insegnanti e le compagne notano i segni delle percosse e lei racconta tutto: le botte e le rigide imposizioni familiari, non poteva avere alcun rapporto con i coetanei fuori dalla scuola.
12 aprile, provincia di Vicenza: 16 anni, stavolta la vittima è un ragazzo originario dello Sri Lanka. Si suicida bevendo soda caustica perché la famiglia non voleva che frequentasse una ragazza italiana sua coetanea.
Sette drammi tutti nati all’interno di famiglie musulmane e provocati da una visione religiosa e della vita inconciliabile con quella occidentale. E parliamo di famiglie da anni in Italia, ritenute integrate, con lavoro e figli nelle scuole cittadine. Di padri e madri che sono voluti venire in Italia per stare meglio, ma poi non accettano che i loro figli siano italiani, ovvero che vivano “all’italiana”. A questo punto è impossibile stare dalla loro parte: perché vogliono trasferirsi in un paese straniero di cui conoscono perfettamente il diverso stile di vita? Non si può volere l’Italia solo perché qui stanno meglio e poi massacrare i figli perché vogliono essere come i loro coetanei.
Sette drammi dove spicca il silenzio delle associazioni femminili, delle intellettuali progressiste, della politica, delle pari opportunità. Perché come al solito si tende a giustificare queste violenze in quanto tipiche della loro cultura, tradizione e religione, le si difende quasi: bisogna capirli, poverini, sono degli sradicati.
Ecco come si crea una generazione di disadattati, di ragazzi che o sono costretti a subire imposizioni assurde o si rifugiano nell’Islam radicale.
Souad Sbai è la presidente di Acmid-Donne onlus, Associazione donne marocchine in Italia, impegnata da 15 anni nella difesa delle donne che non hanno voce, segregate e non integrate.
Dottoressa Sbai, perché chi parla sempre di diritti umani e di migranti tace di fronte ai troppi casi di violenza domestica in famiglie musulmane?
“Questi casi non fanno parte del loro elenco. Pure le donne impegnate nella tutela delle altre donne non si vogliono sporcare le mani con queste situazioni. Esiste una falsa forma di rispetto verso una cultura che invece va assolutamente sradicata perché sconfina nell’islamismo radicale. Via questo velo che tanto viene sbandierato dal politicamente corretto. Le donne musulmane non lo vogliono. Alla nostra associazione c’è una fila di musulmane che ci chiedono aiuto da 15 anni”.
Quali sono i veri numeri di questo dramma?
“Enormi e taciuti. Al nostro numero verde antiviolenza (800 911 753), l’unico in Italia a tutela delle immigrate musulmane, riceviamo migliaia di chiamate ogni anno. Nel nostro dossier “Mai più sola” abbiamo raccolto una marea di testimonianze impressionanti. Ci siamo costituiti parte civile in vari processi contro musulmani che hanno ucciso le mogli. Ho visto l’inferno. La violenza contro le donne musulmane e le giovani di seconda generazione è in aumento. Mentre tutti tendono a insabbiarla.
Perché questa violenza è in aumento?
“Perché è in aumento la violenza di radice islamico-radicale, a cui tutti noi ormai sembriamo abituati. Continuare a definirli casi isolati è una forma di accettazione, significa non aver capito nulla. Assordante è il silenzio su queste situazioni della presidente della Camera Boldrini, sempre pronta a correre quando c’è un italiano che fa del male a un musulmano e non quando un musulmano lo fa ai suoi figli, a sua moglie, ad altri musulmani. La nostra associazione un tempo faceva un incontro alla Camera una volta al mese. Da quando la Bodrini è presidente ci è stato tolto l’uso della sala e non facciamo più convegni alla Camera. Lei non ha aiutato le donne musulmane che volevano emergere. Andando in moschea col velo ci ha fatto tornare indietro. Invece queste figlie nate e cresciute in Italia che il velo non lo vogliono vanno protette. Le vogliono radicalizzare perché chi non si radicalizza è fuori dalla “Umma”, la comunità islamica italiana. Queste famiglie sembrano integrate, ma non lo sono affatto: hanno paura della contaminazione da parte degli infedeli”.
Ma allora perché sono venute in Italia se provano disgusto verso “gli infedeli”?
“Infatti, se non gli sta bene devono tornare nel loro paese. L’Occidente, col suo lassismo, non sa cosa sta perdendo sul piano dei diritti umani: fra 30 anni saremo tutte velate. Sarà la nostra tolleranza a condannarci. L’Italia deve imporre il proprio modello, non può lasciar fare. Qui non c’è nessuna integrazione, ma un totale disinteresse con la scusa di rispettare gli stranieri. E’ una grande ipocrisia. Non diamo loro i nostri valori, le nostre regole, quindi non li integriamo. Saranno sempre ai margini e si radicalizzeranno sempre di più. E nulla cambierà finché la società civile italiana non la smetterà di accusare di islamofobia e xenofobia chi tenta di ragionare in base ai fatti”.
http://www.lagazzettadilucca.it/cronaca/2017/04/i-figli-dell-islam-dacci-oggi-il-nostro-orrore-quotidiano/
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