DI CHIARA FARIGU

Si annunciano tempi duri per i furbetti della vacanza breve. Dopo le norme messe in atto per stanare i furbetti del cartellino della P.A. ecco in arrivo la proposta del governo per stanare i vacanzieri mordi e fuggi tassandoli al 21% sotto forma di cedolare secca.

Più volte annunciata, anche dal governo Renzi, ma poi sempre cassata, ecco rispuntare nuovamente nel Def, approvato qualche giorno fa, l’idea di introdurre la “tassa Airbnb” sugli affitti-brevi. La tassa antievasione, che prende il nome dalla famosa piattaforma americana online, dovrebbe riguardare TUTTI gli affitti turistici di durata inferiore ai 30 giorni. Nella manovra, oltre al quanto è prevista anche la modalità di pagamento: i contribuenti verseranno la tassa direttamente al sito il quale, a sua volta, dovrà girarla al Fisco italiano. Sanzioni pecuniarie per i trasgressori. Non si tratterebbe di una nuova tassa, quanto di estendere anche alle locazioni turistiche entro i 30 gg quanto già applicato per quelle di lunghe durata. Con l’introduzione, questa sì una novità, dell’obbligo di registrazione dei contratti per gli intermediari, senza la quale si favoriscono gli affitti in nero.
Una soluzione però che il portale americano vede come il fumo negli occhi. Un déjà-vu di un rallentamento della crescita, se non di calo, registrate in alcune città, come a Madrid o a New York, dove vigono regole più rigide che vietano gli affitti inferiori ai 30 giorni.
Un netto NO alla cedolare secca come soluzione all’evasione fiscale giunge anche da Matteo Stifanelli, responsabile di Airbnb Italia. “Ci imporrebbe di conoscere in anticipo la situazione fiscale delle persone, ma noi non siamo un braccio dell’Agenzia delle entrate”, ribadisce, mentre sostiene di essere pronto a mettersi a tavolino con il Fisco per trovare una soluzione soddisfacente per entrambi.

Una proposta che seppur allettante per il Fisco italiano potrebbe contenere alcuni risvolti negativi. Intanto gli “hoster”, vale a dire i locatori potrebbero aumentare i prezzi per non intaccare le entrate. E nel contempo si potrebbero favorire le vacanze in altri Paesi dove questo tipo di tassazione non è prevista. Con tutte le conseguenze per il turismo nostrano.
Al momento, come detto, si tratta ancora di una proposta che potrebbe essere concretizzata con l’approvazione di un emendamento ad hoc. Questi i fatti di stretta rilevanza politica.

Ma cos’è esattamente la AIRBNB? Quale mondo si cela all’interno di questa sigla di 6 lettere? Nessun mistero per chi è solito intraprendere brevi viaggi di lavoro o per diletto. Airbnb non è altro che un portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati. Il sito, oggi presente in 34.000 città di 192 Paesi fu aperto nel 2007 da Brian Chesky e Joe Gebbia in seguito ad un fatto curioso, come spesso avviene quando è la casualità a divenire progetto di successo. La leggenda narra che Brian e Joe, trasferitisi a San Francisco per lavoro, incontrando qualche difficoltà per pagare l’affitto del loro appartamento, decisero di offrire parte del loro spazio abitativo ad alcuni viaggiatori che dovendo partecipare ad un’importante conferenza trovarono il “tutto esaurito” negli hotel del circondario. L’esperimento funzionò talmente bene che decisero di farlo diventare un lavoro vero e proprio. Nacque così il primo sito con il nome di Airbedandbreakfast.com. Nome che verrà poi accorciato nell’attuale Airbnb poiché, a differenza dei breakfast, gli alloggi non includono il servizio della colazione. Gli annunci infatti garantiscono esclusivamente sistemazioni in stanze private, appartamenti, ville, castelli, ma anche barche, baite, case sugli alberi, igloo, isole private e qualsiasi altro tipo di alloggio.
Un portale online che nel tempo è divenuto sinonimo di garanzia per chi ne usufruisce e sinonimo di successo per i gestori, le previsioni di fatturato per il 2019 parlano chiaro: 6,1 miliardi di dollari. Il successo, sostengono gli esperti del settore, lo deve al fatto che, a differenza di altri competitor, Airbnb offre un servizio vantaggioso e affidabile in grado di stabilire un legame tra chi mette a disposizione l’alloggio e l’ospite che finisce col sentirsi come fosse a casa sua. Al punto che molti, dovendo tornare nelle stesse località finiscono col richiedere la stessa camera o l’appartamento affittati in precedenza. E’ questo legame il vero successo del portale americano. Che ora mira ad espandersi, per andare oltre il semplice servizio di affitto per offrire un “fullservice” comprensivo di suggerimenti e guide da parte degli abitanti della città ai turisti che ne fanno richiesta. Un altro modo per distinguersi e differenziarsi. Ed essere sempre più competitivi.
Agli amanti delle novità non rimane che provare per credere. Sia per chi voglia offrire il proprio appartamento o cercarne uno dove voler soggiornare. La modalità per accedere è semplice: basta registrarsi sul sito e procedere con la richiesta che si intende portare avanti. Airbnb farà il resto: sarà l’intermediario discreto tra il locatario e l’affittuario sino al completamento della procedura, pagamento compreso. Al costo di una commissione che oscilla tra il 6 e il 12% sull’ospite e il 3% sull’host, ovvero il locatario. I prezzi, manco a dirlo, decisamente concorrenziali rispetto a quelli praticati dagli hotel più o meno stellati. Ragione per la quale Airbnb viene spesso accusata di fare concorrenza sleale. Accusa che comunque la si pensi non intacca il successo della compagnia. Che al suo attivo vanta anche il merito di aver creato nuovi posti di lavoro, uno su tutti quello dell’host professionale, a cui strizzano l’occhio sempre più persone che hanno magari perso o non trovano un altro sbocco lavorativo. Ma che a causa di un vuoto normativo ad hoc si muovono eludendo molto spesso qualsiasi tipo si tassazione. La cedolare secca avrebbe il compito di riempire questo vuoto. “Un male per il Paese non approvarla”, sostenne Francesco Boccia, da sempre strenuo sostenitore, al pari della web tax quando lo scorso novembre la Commissione Bilancio della Camera bocciò il relativo emendamento. “Fino a quando un’azienda continuerà a non pagare le tasse non farà un buon servizio al Paese. Vale per tutti quelli che fanno servizi in Italia, Airbnb compresa”, disse Boccia.
Ora il governo ci riprova. Chissà che non sia la volta buona e che quella fonte di reddito uscita dalla porta principale della legge di stabilità non rientri ora dalla finestra della cosiddetta manovrina Def

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