DI MARCO ERCOLI
Tutto lo stile di Piero Ottone, nato Pier Leone Mignanego il 3 agosto 1924 a Genova e scomparso oggi a 92 anni a Camogli, davanti al suo mare, sta in questa battuta: «Sarò ricordato per aver fatto scrivere Pasolini in prima pagina sul “Corriere” e per aver dato spazio alle previsioni del tempo». Nonostante l’understatement, accompagnato da una forte dose di autoironia (uno dei segreti del buon vivere, pensava, è non prendersi troppo sul serio), Ottone è stato un maestro di giornalismo.
«Il giornalismo italiano soffre di un difetto d’origine: manca di coscienza etica. Dall’inizio del secolo ad oggi non ha mai avuto una vita propria ed autonoma, diversa dall’ideologia, dalla politica, dall’economia. È mancata l’idea di un giornalismo visto come strumento di informazione obiettiva. La mia opinione è che la nostra professione rappresenta un’istituzione che dovrebbe avere una sua coscienza, una morale, un’anima e sentire come propria missione esclusiva quella di dedicarsi alla società. Questo in Italia non è mai accaduto»
Piero Ottone ha sempre pensato e ha sempre detto che la giusta posizione del giornalista di fronte a quel che accade intorno a lui e nel mondo è quella dello spettatore, in omaggio al mestiere imparziale ammirato da sempre nella stampa anglosassone e un po’ anche in quella francese di Le Monde.
Entrato alla «Gazzetta del Popolo» di Torino nel 1945, venne mandato a soli 23 anni a Londra come corrispondente. Il suo nome cognome suonava buffo al direttore Massimo Caputo, così venne ribattezzato come Piero Ottone. Chiamato al «Corriere della sera» ancora diretto da Mario Missiroli, fu inviato nell’Unione Sovietica di Krusciov e nei primi anni Sessanta realizzò per il «Corriere» che si stava modernizzando, una grande inchiesta sulle «coree» del Nord italiano, le periferie metropolitane dove si ammassavano gli immigrati dal nostro Sud in cerca di lavoro. Fece una non lunga esperienza come caporedattore in via Solferino e quindi nel 1968 fu chiamato a Genova come direttore del «Secolo XIX» di Genova, dove fece capire di che pasta era fatto. Ottone portò una ventata di novità nella redazione dell’epoca: pensionamento dei redattori più anziani, assunzioni di molti giovani alle prime armi, giornale sempre fresco di giornata in tutti i settori, notizie separate dai commenti, approfondimenti legati ai fatti di cronaca. Arrivò un grafico, Umberto Torlizzi, a disegnare le pagine.
«Ho visto passare una ventina fra direttori e vicedirettori: non è il caso di fare graduatorie di merito, basterà dire che il più rivoluzionario fu Piero Ottone».
Quattro anni dopo, nel 1972, Giulia Maria Crespi lo invita a dirigere il Corriere che ha bisogno di essere in maggiore sintonia con la borghesia lombarda progressista. Ottone, ricordò una volta Scalfari, era stato scelto anche perché aveva capito che i comunisti non avevano la coda, o almeno non l’avevano più. Comunque Ottone subentrò a Spadolini che trovava simpatico come persona ma pessimo come direttore: perennemente impegnato in telefonate con i politici faceva aspettare i redattori fuori dalla porta, mentre una luce rossa segnalava che non si poteva entrare. Una volta Buzzati si portò una sedia per non aspettare in piedi. In una recente intervista confidò che già nel 1971 aveva avuto sentore del nuovo importante incarico. Venne invitato a pranzo da Indro Montanelli che gli disse: «Spadolini ha fatto il suo tempo». In realtà la redazione di via Solferino accolse Ottone con uno sciopero, ma lui riuscì a dialogare con i colleghi e nel giro di poco tempo diede vita con il sindacato dei giornalisti guidato da Raffele Fiengo allo «statuto dei giornalisti» che è rimasto in vita per un quarantennio; un insieme di garanzie che venne definito una «costituzione octroyée», cioè una costituzione concessa dall’alto. Il direttore manteneva le sue prerogative di comando, ma ampliava i diritti dei collaboratori. Era la stagione delle grandi contestazioni studentesche, delle agitazioni sociali, della crisi del potere democristiano, in cui Ottone diede vita alle voci nuove, cominciando a dialogare con i settori più aperti della borghesia. Su suggerimento di Gaspare Barbiellini Amidei, il vicedirettore responsabile della cultura, fece scrivere in prima pagina Pier Paolo Pasolini. Ma le aperture del nuovo corso irritarono l’ala più conservatrice della borghesia milanese che si riconosceva nelle posizioni di Indro Montanelli. E infatti Montanelli sparò a zero in una intervista contro il «Corriere» di Ottone e Giulia Maria, sancendo una rottura irrimediabile. Indro venne licenziato nell’ottobre 1973 e l’anno successivo, seguito da una pattuglia di bravi giornalisti, tra cui spiccavano Enzo Bettiza e Gian Galeazzo Biazzi Vergani, diede vita al «Giornale nuovo».
Era il 1973. Sulla prima pagina del Corriere, Ottone portava gli ‘scritti corsari’ di Pier Paolo Pasolini. Una scelta simbolica, la grande borghesia che apriva il suo quotidiano ai fermenti – culturali, se non politici – figli dell’autunno caldo. “Indro non mi accusava di fare un giornale troppo di sinistra, ma di fare un giornale senza una linea. In uno dei suoi ultimi articoli, nella rubrica del dialogo con i lettori, scrisse che bisognava coinvolgere nel governo non i socialisti, di cui non si fidava, ma i comunisti. E seppi che diceva in giro: vediamo se Ottone mi pubblica anche questo. La goccia finale fu l’intervista di Montanelli al Mondo in cui invitava la borghesia lombarda ad abbandonare il Corriere . “A quel punto il licenziamento fu inevitabile. Se non lo avessi licenziato, avrei dovuto fare i conti con la redazione, che soprattutto nei suoi componenti più giovani non amava affatto Indro. Era chiaro che se non lo avessimo licenziato in quella occasione, nel giro di un paio di mesi Montanelli ne avrebbe fatta un’altra delle sue». Montanelli, raccontò Ottone, non se ne andò dal Corriere sbattendo la porta, ma venne licenziato in tronco. “Ne ho parlato con Giulia Maria Crespi, che in quegli anni era insieme a Agnelli e Moratti la proprietaria del Corriere: con lei Montanelli era stato pesante, l’accusa di essere priva di buon senso e di intelligenza, e nei salotti milanesi aveva avuto nei suoi confronti parole fuori dal lecito. Ma adesso Giulia Maria mi ha detto: se tenevamo Montanelli era meglio, perché era una forza per il giornale”. Una decisione di cui, quarantuno anni dopo, Ottone ammise di essersi pentito. “Guardando retrospettivamente forse fu un errore licenziarlo” disse in una intervista a Repubblica.
Un’altra scelta sarebbe stata possibile e forse giusta. “Avremmo potuto chiudere gli occhi” perché Montanelli “era senza dubbio il più grande giornalista italiano ma covava il desiderio di fare il direttore del Corriere, e questo lo portava a fare la fronda a tutti i direttori. Fece lo stesso con me, che pure ero suo amico: ma lo fui solo fino al giorno della mia nomina. Iniziò a contestarmi, ma mai a viso aperto. Non ci fu una sola volta che mi abbia detto in faccia che non gli piaceva il giornale che facevo. Ma lo diceva agli altri, e ovviamente io lo venivo a sapere”. Verso la fine della direzione, quando nel giugno 1977 Montanelli fu gambizzato dalle brigate rosse davanti ai giardini di via Manin, il nome del grande giornalista toscano non comparve nella titolazione di prima pagina. Intanto Il Corriere era diventato proprietà della Rizzoli che confermò a Ottone la direzione. Poco dopo però lui stesso si dimise volontariamente: “fu il mio angelo custode a darmi un buon consiglio”, raccontò molti anni dopo. Sul Corriere incombeva di lì a poco la P2.
Nel 1977 Ottone lascia via Solferino per entrare in Mondadori, di cui diventa direttore generale, e poi presidente del consiglio di amministrazione di Repubblica. Passò alla Mondadori con importanti incarichi di consulenza per i periodici nell’epoca in cui la casa editrice di Segrate era governata da Mario Formenton. Ottone divenne poi editorialista di Repubblica e tenne fino a poche settimane fa una rubrica sul Venerdì intitolata Vizi & Virtù: un colloquio con i lettori in cui commentava eventi salienti con il disincanto di chi il mondo lo conosce bene. In una intervista ad Antonio Gnoli in occasione dei novant’anni aveva confessato: sono stato sempre me stesso. Intendeva anche rivendicare il suo essere genovese: un genovese lontano dalla retorica e soprattutto buon comandante. Era innamorato della vela e la barca era sempre stato il suo vero paradiso. Quella volta in cui fece naufragio, lo fece (e lo raccontò) con la classe di sempre. Dagli anni Ottanta scrisse molti saggi, alcuni dedicati allo sport da sempre amato e praticato, la vela. Uomo di solida cultura, anche se Montanelli di lui diceva che aveva letto poco, facendo ben fruttare quel poco.
Preconizzò la Brexit e in un’intervista ad Antonio Ferrari, Davide Casati e Alessia Rastelli si augurò che sarebbe stata uno sprone per una Unione europea con una più forte rappresentanza politica.
Non ci saranno funerali. Sarà cremato e le ceneri saranno disperse nel suo mare, della sua Camogli.
Il ritratto della figlia: «Amava il mare, i nipoti e i tramonti di Camogli»
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