DI SUSANNA SCHIMPERNA

Gianni Boncompagni per due anni è stato il mio unico amico.
Avevo 13 anni, ero strana, solitaria, giocavo con gli stati alterati di coscienza, mi chiudevo in casa per un tempo infinito, scrivevo poesie.
Boncompagni era il mio rifugio. Andavo a piedi a casa sua il pomeriggio, senza nemmeno telefonargli, e parlavamo per ore delle cose più diverse, profonde. Mi regalava dischi, mi spronava a scrivere ancora di più. Mi portò a «Chiamate Roma 3131» presentandomi come “la nuova Drouet” e disse a mia madre cose splendide di me, ma anche che lo preoccupavo, perché ero molto particolare, troppo.
Chiusi con lui per uno stupido puntiglio, cose da ragazzina suscettibile ed esagerata. Tra l’altro, avevo torto marcio.
Lo rividi qualche volta, a distanza di anni, e non mi fece una buona impressione.
Poi, la scorsa estate, ci fermammo a parlare per due ore a Ponte Milvio, in una giornata caldissima d’estate. Era tornato lui: spiritoso, affettuoso, amico. «Allora ti vengo a trovare?», «Certo, vieni!».
Non l’ho fatto.

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